"Oggi nessun editore pubblicherebbe Lolita"

G iuseppe Culicchia, nato a Torino nel 1965, ha esordito nel 1994 col romanzo Tutti giù per terra (Garzanti). Un successo duraturo che ha ispirato un film di Davide Ferrario con colonna sonora dei CSI di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni. Il suo ultimo romanzo è Il cuore e la tenebra (Mondadori, 2019). Non risparmia ironia nei confronti di chiunque, inclusa la Sinistra «perbenista» così importante in Italia (da leggere l'esilarante Essere Nanni Moretti, Mondadori, 2017). Culicchia collabora con il Salone del libro di Torino ed è anche il traduttore di Bianco (Einaudi), il memoir di Bret Easton Ellis, lo scrittore statunitense noto soprattutto per i romanzi Meno di zero e American Psycho. Il libro mette pesantemente in discussione il mondo politicamente corretto e la Sinistra che si sente moralmente superiore al resto della società. Abbiamo chiesto a Culicchia cosa ne pensa e soprattutto se le tesi di Ellis siano valide anche per il nostro Paese.

Dice Ellis: oggi si giudica l'arte in base all'ideologia che esprime senza badare all'estetica. È vero?

«Direi di sì. Francamente non so se oggi come oggi il suo American Psycho troverebbe un editore disposto a pubblicarlo, e lo stesso vale per Nabokov e il suo Lolita, per tacere di Sade. L'arte oggi deve essere politicamente corretta: guai a uscire dal coro. Per fortuna c'è chi non se ne cura, penso per esempio a scrittori come Irvine Welsh o Michel Houellebecq. Ma in molte università americane Le avventure di Huckleberry Finn è stato eliminato dalle biblioteche, visto che contiene la parola negro. Questo naturalmente è ridicolo, visto che Mark Twain era abolizionista e disertò dall'esercito Confederato. Ma è anche molto pericoloso».

La cultura del vittimismo: perché ammiriamo così tanto le vittime, anche presunte e sedicenti?

«Forse perché complici la crisi economica e il sentimento di insicurezza dominante, instillato non solo dal terrorismo o dall'emergenza climatica ma anche dall'attuale mercato del lavoro, che per mezzo della precarizzazione delle esistenze di fatto pregiudica qualsiasi idea di futuro, tutti tendiamo a ritenerci vittime di qualcosa. Senza contare che il discorso sulle minoranze è diventato per una certa Sinistra il solo praticabile per dire ancora qualcosa di Sinistra, visto che anche quella certa Sinistra ha da tempo allegramente abbracciato l'ideologia neoliberista».

Da gay, Ellis contesta il cliché dell'omosessuale santificato. Per questo non è amato dalle associazioni Lgbt. Perché?

«L'intolleranza dei tolleranti è cosa nota: si pensi al trattamento riservato a Martina Navratilova per il solo fatto di aver detto una verità elementare, ossia che le tenniste transgender sono avvantaggiate rispetto alle donne. O anche al povero Trudeau, che da anti-Trump canadese è diventato a un tratto razzista perché all'epoca dell'università aveva partecipato a una festa in costume travestito da arabo da Mille e una notte, con tanto di blackface. Tutto ciò è profondamente ridicolo, ma altrettanto pericoloso. Citerei Pasolini: Il Potere ha deciso che noi siamo tutti uguali. L'ansia del consumo è un'ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l'ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell'essere felice, nell'essere libero: perché questo è l'ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, a cui deve' obbedire, a patto di sentirsi diverso. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa in questo periodo di tolleranza. L'uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una falsa' uguaglianza ricevuta in regalo».

Ellis è molto critico sui social. Sono un vicolo cieco?

«I social sono un concentrato di narcisismo autoreferenziale allo stato puro. Ma la cosa più grave è che non contemplano la complessità. Tutto è semplificato. Per cui ci si divide in pro o contro Greta, pro o contro i migranti, pro o contro questo e quest'altro. Uno dei passaggi più inquietanti e attuali di 1984 di Orwell è quello in cui si racconta la distruzione del vocabolario: riducendo le parole, si riduce la possibilità di un pensiero complesso. I mi piace dei social sono quella roba lì».

Ancora Ellis: la Sinistra è diventata autoritaria e si sente moralmente superiore. Anche da noi?

«Lo è dal tempo della famosa superiorità antropologica, una cosa che per tornare a Pasolini gli faceva orrore. In tanti citano Pasolini, ma forse non lo hanno mai letto, oppure hanno preferito rimuovere certe pagine. Ci sono passaggi delle Lettere luterane o degli Scritti corsari che restano di un'attualità impressionante: Pasolini rimprovera a Calvino di non voler parlare coi fascisti, e tra le altre cose scrive: Non abbiamo fatto nulla perché i fascisti non ci fossero. Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra coscienza con la nostra indignazione; e più forte e petulante era l'indignazione più tranquilla era la coscienza. Cos'altro aggiungere?».

Non sarebbe ora di uscire dai cliché sulla destra e sulla Sinistra?

«Beh, questo è uno degli aspetti principali della semplificazione del pensiero. E impressiona il fatto che tale semplificazione trovi spesso albergo anche presso quelle che Allen Ginsberg avrebbe definito le menti migliori della mia generazione. Da decenni in Italia si grida ciclicamente al ritorno del fascismo, e c'è chi ancora si ostina a parlare di comunisti riferendosi al Pd. Mi sembra ci sia molta pigrizia mentale in questo, se non malafede. Non credo che chi non è d'accordo con l'utero in affitto o le adozioni gay sia fascista, e nemmeno che chi sostiene la decrescita felice sia comunista. Ma tali definizioni sono all'ordine del giorno. Io lo chiamo effetto cane di Pavlov».

Harold Bloom deprecava la scuola del risentimento, ovvero del politicamente corretto.

«Il problema è che i risentiti di cui parlava Bloom non sono più esclusiva delle università, ma occupano ormai qualunque tipo di tribuna, tendono a monopolizzare il discorso pubblico, hanno conquistato una vera egemonia e sono pronti a relegare quelli come lui tra i maschi bianchi conservatori di cui sbarazzarsi al più presto».

L'editoria si è seduta sulla convinzione che leggano solo i democratici di Sinistra?

«L'editoria ha molti problemi, a cominciare dal fatto che spesso ragiona solo in termini di fatturato e di novità, abbandona il catalogo e riduce il libro a un prodotto di consumo che esaurisce il ciclo vitale in poche settimane: una strategia evidentemente suicida, che credo abbia a che vedere tra l'altro con il ridursi del numero già esiguo dei lettori. Detto questo, non credo che un lettore di destra o reazionario o liberale non trovi titoli che possano interessarlo. È certo difficile intercettarli, perché l'omogeneizzazione del mercato è ormai cosa assodata, e non fa bene né ai lettori né agli editori».