Al via le Olimpiadi più politiche Il regime cerca un posto sul podio

Dopo secoli di umiliazioni e di autoreclusione il Paese mostra al mondo il suo nuovo orgoglio. Con l'edizione più colossale della storia. E Mao ormai è solo un ferrovecchio, un gadget da mercatino per turisti

Pechino - Li guardi, gli parli, gli sorridi, ti guardano, ti parlano, ti sorridono. Tu non sai il cinese, loro non sanno l'inglese o qualsiasi altra lingua che non suoni così aliena alle nostre orecchie così occidentali. Nei ristoranti, sui metrò e sui taxi, per strada e negli alberghi, loro ce la mettono tutta e ci sono 75mila giovani volontari, pantaloni bianchi e t-shirt celeste a fare da supporto, più dodicimila addetti alla sicurezza, più i pensionati con il bracciale rosso che un tempo erano l'occhio politico zelante del Partito applicato ai quartieri della città e oggi sono una via di mezzo fra una portineria e un condominio di massa... Ce la mettono tutta e non serve a niente innervosirsi, se non a peggiorare le cose: il sorriso si fisserà come una maschera, la voglia di aiutarti si scioglierà sotto un sole d'agosto implacabile. Gli hai fatto «perdere la faccia» e questo non te lo perdoneranno. Così continui a sorridere, ti sforzi e loro si sforzano più di te. Non serve a niente lo stesso, ma, hai visto mai... Benvenuti alle Olimpiadi di Pechino.

La capitale si estende per qualcosa come 40 chilometri da nord a sud, da est a ovest, ha 3 milioni di macchine, 70mila taxi, 20mila autobus, 15 milioni e passa di abitanti a cui, a partire da venerdì e per la durata dei Giochi, si aggiungerà un altro milione circa di cinesi, 500mila stranieri, diecimila atleti, 7mila delegati, 20mila giornalisti... I titanici lavori di riassetto urbano sono stati e sono così giganteschi che lo stesso quotidiano China Daily ha ospitato testimonianze di cittadini che faticavano a ritrovare la via di casa... In compenso sono stati piantati 28 milioni di alberi. La Cina guarda alle «sue» Olimpiadi con orgoglio e con timore. Era una nazione contadina e ora si ritrova pressoché urbanizzata. Ogni anno 8 milioni di cinesi emigrano verso le città, fra due anni queste ultime ospiteranno il 50% della popolazione, fra dieci il sorpasso sarà consolidato e si farà irraggiungibile. È una nazione in marcia che dopo due secoli di umiliazione e un trentennio di feroce auto-reclusione ha «riconquistato» la faccia e ora la mostra al mondo con l'edizione più mastodontica che abbia mai celebrato il mito di Olimpia: 26 miliardi di euro il solo costo delle infrastrutture, quasi la metà di quanto complessivamente speso dai Giochi di Montreal del 1976 in poi... Nasce da qui l'orgoglio, ma il timore ne è in fondo il figlio legittimo: questa volta ha gli stranieri in casa, i «diavoli bianchi» d'un tempo, non si tratta di conquistare mercati o promuovere merci, c'è qualcosa di più sottile e di più psicologico che si chiama competizione e comparazione, efficienza nella quotidianità, appeal, fascino, modello di vita e, insomma, civiltà. La Cina sa bene che cosa sia stato il proprio passato, ed è consapevole del proprio presente. Ma è la radicale differenza fra i due a rendere complicato ciò che verrà dopo, a scommettere su un «secolo cinese» così come, all'inizio del Novecento, qualcuno scommise e vinse sul «secolo americano».

La chiusura al pubblico, per tutta la durata dei Giochi, di piazza Tienanmen, con il mausoleo di Mao e il Monumento agli eroi del Popolo, racconta in fondo anche questo, al di là delle paure vere e/o esagerate di possibili attentati, dimostrazioni, eclatanti gesti di protesta. Ferrovecchio ideologico, recuperabile ormai solo nei mercatini delle pulci o nei negozi di paccottiglia per turisti, in forma di memorabilia stile accendini, orologi, sveglie, busti di ceramica, quadretti più o meno votivi che ne ricordano la figura di Grande Timoniere, Mao è il grande vuoto inservibile nel processo di rinnovamento. Fu la risposta reazionaria alla decadenza: chiusura delle frontiere, eliminazione di ogni gerarchia, sclerotizzazione del sistema, dogmatismi. Deng, che ne prese il posto, significherà le «quattro modernizzazioni»: decentramento, socialismo di mercato, ricostruzione economica, nuova classe dirigente. Avendo la grandezza della Cina come fine, e non avendo il comunismo funzionato come mezzo, lo si è abbandonato, se n'è fatto a meno, messo definitivamente da parte. E però, al di là del gigantismo e dell'impressionante crescita economica, manca quella visione nazionale e/o imperiale che trasforma un Paese in un modello, un esempio, un marchio di fabbrica, elementi che comunque il maoismo ebbe.

L'enfasi sui Giochi si spiega anche così, lo sport come una sorta di elemento compensativo di una identità nazionale in cerca di una propria essenza che non sia puramente imitativa. Ancora sino alla fine dell'Ottocento, nella moderna lingua mandarina, il termine tiyu, ovvero sport, educazione fisica, non esisteva e lungo tutto il Novecento la Cina ha imparato a pronunciarlo e a interpretarlo come una sorta di missione di rafforzamento nazionale in grado di far dimenticare la vergogna dell'essere stata definita «il malato dell'Asia orientale». Nel Duemila, essa ha finito con il coincidere con l'ambizione di forgiare una nuova identità e assumere un ruolo sulla scena internazionale... Quattro anni fa, ad Atene, il suo fu, dopo gli Stati Uniti, il secondo medagliere olimpico. Essere, una volta terminati i giochi di Pechino, i primi, attiene più alla politica che allo sport.

L'orgoglio e il timore, di nuovo. È su questi due poli che si aprono le Olimpiadi, perché per poter legittimamente aspirare al primo bisogna anche accettare la sfida che esso porta con sé: l'apertura del Paese, i rischi di incidenti, l'eventuale fallimento dei servizi, le possibili contestazioni politiche, l'essere insomma sotto gli occhi del mondo. Come al solito, c'è in questa duplicità una connotazione tutta cinese, se è vero che weiji, ovvero crisi, è un segno fatto di due caratteri, wej, che vuol dire pericolo, e ji, che significa opportunità. Insieme coesistono e ciascuno può diventare l'altro...