«Olindo mi ha confessato di essere il killer»

Tavaroli è stato ascoltato in Procura come persona informata dei fatti: «Romano in carcere non faceva mistero di essere stato lui a uccidere»

da Milano

«In carcere Olindo non faceva mistero con nessuno di essere colpevole». È una testimonianza inattesa, che arriva a inchiesta ormai chiusa e quando manca poco più di un mese all’apertura del processo. Da ieri Olindo Romano, accusato della strage di Erba insieme a sua moglie Rosa Bazzi, prima reo confesso e poi autore di una funambolica ritrattazione, deve fare i conti con un tassello in più dell’impianto raccolto contro di lui dalla Procura di Como. È una deposizione che arriva dal più inaspettato dei fronti. Tanto che ieri, quando il testimone si presenta nel Palazzo di giustizia di Como per essere interrogato, sono in pochi a riconoscerlo nonostante nei mesi scorsi la sua foto fosse parcheggiata spesso sulle prime pagine dei giornali: è Giuliano Tavaroli, ex capo dell’ufficio Sicurezza di Telecom Italia, arrestato un anno fa dalla Procura di Milano con l’accusa di essere a capo di una rete di dossieraggi illeciti e infiltrazioni informatiche.
Le vite di Romano e Tavaroli si incrociano per caso, nella primavera scorsa, nel carcere comasco del Bassone. Olindo è lì da gennaio, quando è stato arrestato per il massacro dell’11 dicembre: quattro morti, il piccolo Youssef Marzouk, sua madre Raffaella, due vicine di casa. Il megadirigente di Telecom viene trasferito a Como dal carcere di Voghera. Reparto isolamento, due celle vicine, divieto di colloqui. Ma sia Tavaroli che Romano sono credenti, andando alle funzioni si incontrano, chiacchierano. Vengono da mondi lontani, ma la scintilla del dialogo scatta ugualmente. Tavaroli è un estroverso con un bisogno quasi compulsivo di comunicare. Romano è più orso, ma anche lui ha bisogno di sfogarsi. E parla, parla, parla.
Sono confidenze che resterebbero nel segreto del carcere, se in maggio Romano non decidesse di prendere carta e penna per scrivere a don Bassano Pirovano, il sacerdote che nel 1984 celebrò il suo matrimonio con Rosa. Una lettera di confessione e di pentimento, dai toni quasi mistici: «Il cammino è appena cominciato, che io e Rosa affronteremo lungo e in salita, nel perdono col perdono». Quella lettera diventa ancora più importante un mese dopo, il 10 ottobre, quando nel corso dell’udienza preliminare Olindo Romano - spiazzando tutti - ribalta la sua linea processuale e dichiara di essere innocente.
Il giudice non gli dà molta corda e lo rinvia a giudizio (il processo inizierà il 29 gennaio). Ma la Procura di Como, che ormai considerava il caso chiuso, si trova costretta a rimettersi a lavorare sul caso di Erba per rispondere in qualche modo al colpo di scena voluto dai difensori di Olindo. Così il pm Massimo Astori decide di occuparsi della lettera di Olindo al prete e decide di interrogare l’unico testimone disponibile della sua genesi: Tavaroli, per l’appunto.
Così, ieri mattina, Tavaroli si trova faccia a faccia con il pm Astori, in qualità di «persona informata sui fatti», ovvero di testimone. Ha l’obbligo di dire la verità, non potrebbe - neanche se lo volesse - proteggere in qualche modo il suo ex vicino di cella.
«Non ho suggerito in nessun modo a Romano la scrittura di quella lettera», è la prima cosa che dichiara. Ma poi racconta delle lunghe settimane trascorse nello stesso raggio. Sono settimane in cui Olindo Romano non cercava in nessun modo di sminuire le proprie responsabilità dirette nella strage, anzi le ammetteva e in qualche modo le rivendicava: parlando con Tavaroli, con gli agenti penitenziari, con il cappellano del carcere. E ripeteva in modo quasi ossessivo di essere arrivato a perdere ogni controllo dopo anni e anni di persecuzioni da parte di Azouz Marzouk, il padre di Youssef. Perché - raccontava Romano al compagno di prigionia - quando tornava a casa di notte Azouz non si accontentava di fare chiasso apposta: mi orinava per spregio sulla porta di casa. Per questo, alla fine, non ci ho visto più.