Oltranzismo Ma per l’ateo Odifreddi la «Bibbia» degli anticlericali è robetta

Se qualcuno vuole leggere il Trattato dei Tre impostori almeno in una delle due versioni esistenti (quella più corposa scritta a partire da reminiscenze delle dottrine di Baruch Spinoza) può farlo. Lo ha appena ripubblicato l’editore Piano B di Prato (pagg. 128, euro 11). Il testo basato sull’edizione del 1721 è il condensato di buona parte del pensiero anticlericale e antiprofetico così come si presentava all’inizio dell’epoca dei Lumi. E pur nel suo attacco diretto alle religioni ufficiali - si accanisce contro Gesù, Maometto e Mosè - e la fede in qualsivoglia predicatore - che si affidi solo ad argomentazioni fideistiche - il libro si guarda bene dal negare l’esistenza di Dio. Un Dio sul quale non si può dir molto, ma di cui si può leggere l’esistenza nell’ordine che caratterizza la Natura.
Insomma il libro è anticlericale ma non antidivino. E se non lesina gli attacchi contro l’Antico e il Nuovo Testamento, (tanto da far arrabbiare Voltaire che scrisse che in certi casi bisogna saper «correggere il valletto ma rispettare il padrone») concede alle religioni «l’onore delle armi».
Cosa che però non piace agli atei di oggi. O meglio non piace a Piergiorgio Odifreddi che del volume ha scritto una breve introduzione nella quale classifica il deismo come «malattia infantile dell’ateismo». Insomma Voltaire e Spinoza e molti altri “lumi” sono alla fine dei bambinoni, brillanti per carità, che testimoniano «quanto difficile e graduale sia stato il percorso di liberazione dalle pastoie della religione».
E in effetti Odifreddi ne ha anche per altri pensatori: quelli che lui definisce come affetti dalla malattia «adolescenziale dell’ateismo», cioè il tormento esistenziale di chi non ha più Dio. Bamboccioni come Nietzsche che nella Gaia scienza scrive: «Dio è morto e l’abbiamo ucciso noi. Come potremmo sentirci a posto, noi, assassini fra tutti gli assassini... Non è forse la grandezza di questa morte troppo grande per noi?». Piuttosto che parlare davvero del testo e della profonda e viscerale controversia che ne è all’origine, Odifreddi preferisce far notare che l’importante è essere dei veri credenti dell’ateismo: «l’ateismo maturo e rilassato guarda alla religione senza rimpianti e con compassione, e invece che al motto di Voltaire si rifà a quello di Bakunin... “Se dio esistesse bisognerebbe abolirlo”». Con buona pace degli illuministi e dei razionalisti d’antan, a cui piaceva l’idea del dibattito e della mutevole teoria, e a cui verrebbe un gran malditesta pensando che è arrivata l’ora della fede cieca nell’ateismo.
Detto questo, il Trattato dei tre impostori resta un pezzo di storia e ha un senso averlo in libreria, quali che siano le proprie convinzioni su queste divine e oscure materie. Magari con un introduzione un po’ più filologica e meno partigiana, scritta da uno storico e non da un matematico. Per fortuna, però, chi vuole può rifarsi al libro di Georges Minois di cui abbiamo parlato in questa pagina.