Dopo Omar tocca a Erika. Tra un anno scatta il ritorno alla libertà

A dieci anni dal duplice omicidio familiare che sconvolse l'Italia, per la ragazza di Novi Ligure, oggi 28enne, grazii agli sconti di pena, si avvicina il ritorno alla normalità. Il padre pronto a riaccoglierla a casa. Perplessità nella cittadina piemontese.

In questi dieci anni è uscita dal carcere una sola volta, per un torneo di pallavolo in un oratorio. Ma il suo conto alla rovescia personale è ormai partito. Erika De Nardo, infatti, tra poco più di un anno potrà tornare in libertà e lasciare il carcere dove sta finendo di scontare la pena per il duplice omicidio della madre e del fratellino, compiuto nella loro casa di Novi Ligure (Alessandria), il 21 febbraio 2001, esattamente dieci anni fa.
Un massacro efferato e contro natura che sconvolse la tranquilla provincia piemontese. Una violenza travolgente e gratuita che toccò in profondità la coscienza del Paese. Susy Cassini, 41 anni, e il figlio Gianluca, di 11, furono colpiti da qualcosa come 97 coltellate per mano di Erika, che allora aveva sedici anni, e del suo fidanzatino Omar, all'epoca diciasettenne. Omar è tornato in libertà l'anno scorso, ha lasciato il carcere di Asti e il Piemonte, spera che nessuno più lo cerchi per parlare di quei giorni. «Voglio solo essere lasciato in pace», disse in quell'occasione. «Uno degli episodi più drammaticamente inquietanti della storia giudiziaria del nostro Paese», così scrissero i giudici della Corte d'Appello per i minori di Torino confermando le condanne (16 anni per lei, 14 per lui), poi ridotte per effetto dell'indulto e degli sconti di pena.
Erika, 28 anni, aspetta di riassaporare la libertà e la normalità, cercando di tenersi fuori dall'ondata di polemiche e di indignazione che la sua scarcerazione solleverà e sta già sollevando. Vuole cominciare una nuova vita, avrebbe confidato di volersi costruire una famiglia e diventare mamma. A Novi Ligure si dice che il padre, l'ingegner Francesco De Nardo, si prepari a riaccoglierla a casa, in quella stessa «villetta degli orrori» dove è tornato a vivere, subito dopo il dissequestro. È una prospettiva che turba molti abitandi di Novi: faticano ad accettare l'idea che quella ragazza possa tornare tra di loro dopo tanta ferocia, fanno fatica a convincersi che sia davvero diventata un'altra persona, che ci sia stato un pentimento e lo sviluppo di una identità nuova. Ma il padre non ha mai abbandonato Erika, è sempre andato a trovarla in carcere, prima a Milano, all'istituto per minori Beccaria, poi a Verziano (Brescia) dove la giovane si è prima diplomata e poi laureata in Lettere con una tesi sul pensiero filosofico di Socrate con 110 e lode. Cinque anni fa i suoi legali avevano chiesto la libertà condizionale perchè potesse essere ospitata in una comunità di recupero. Richiesta respinta dalla Cassazione perchè, secondo i giudici della Suprema Corte, non si era ancora ravveduta.
«Chi siano oggi Omar ed Erika è difficile dirlo - scrive sul suo sito Massimo Picozzi, il criminologo che fu consulente della difesa della ragazza - ed è del tutto improbabile che commettano altri reati ma hanno compreso l'enormità del loro gesto? Il senso di colpa ha messo radici nel loro cuore?». Il decennale, lunedì prossimo, riapre le ferite di Novi. «Temo che la ricorrenza ci farà tornare a parlare di quel delitto, più ancora quando Erika uscirà dal carcere - dice il deputato del Pd Mario Lovelli, nel 2001 sindaco di Novi -. Per la città furono giorni traumatici, c'è voluto tempo per metabolizzare la tragedia. Ricordo il giorno dopo il delitto, la reazione strumentale della Lega Nord e di Forza Italia, quando non si conosceva ancora la verità». C'era stato un consiglio comunale infuocato, molti esponenti del centrodestra chiedevano di usare la mano pesante contro gli immigrati clandestini. Si pensava che gli assassini fossero extracomunitari, «albanesi entrati in casa per compiere una rapina»: così aveva raccontato ai Carabinieri Erika, l'unica scampata perchè il padre era fuori casa, a giocare a calcetto con amici e colleghi. La ragazza sperava di depistare gli investigatori, ma i sospetti caddero presto su di lei e sul fidanzatino. La coppia fu incastrata da una cimice messa in caserma, in una pausa dell'interrogatorio, e da una telefonata intercettata: «Ce la faremo, ci stanno credendo», aveva detto Erika a Omar. Un'illusione che cadde presto sotto la pressione degli inquirenti e svelò all'Italia la fotografia dell'orrore.