Omofobia, bocciato il ddl I gay vanno difesi, però non con i cavilli

Per la giusta battaglia a loro favore serve piuttosto la condanna sociale della violenza e della discriminazione

Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge e non ce ne sono di più uguali di altri. Per questo principio cardine del diritto positivo occidentale non siamo tra quelli che si stracceranno le vesti per la bocciatura della legge contro l’omofobia, che ieri si è infranta contro le pregiudiziali di costituzionalità presentate alla Camera da Pdl e Udc.

L’intento dell’iniziativa sarà pure lodevole e generoso perché la discriminazione e la violenza contro le minoranze sessuali è una cosa che grida vendetta al cielo. Ma come si sa di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno. E se il diritto comincia a piegarsi alle esigenze di qualsiasi minoranza la legge rischia di divenire una bolgia infernale.

Ne sanno qualcosa gli americani che hanno cominciato a introdurre la «positive action» a favore della popolazione afroamericana e poi si sono trovati ogni minoranza del Paese a pretendere lo stesso trattamento di favore. Con il risultato che la maggioranza del Paese, priva di qualsiasi caratteristica «minoritaria» si è trovata meno tutelata e spesso sfavorita dalla legge.
La violenza contro i gay e le lesbiche è una cosa odiosa che va combattuta, ma non con «leggi manifesto» che affollano i codici di buoni principi che spesso restano sulla carta. Nei Paesi liberali le leggi sono strumenti fatti per funzionare, non feticci su cui innalzare ideologie e opinioni.

È dai tempi di Cesare Beccaria che sappiano che non è la gravità, ma la certezza della pena a scoraggiare i criminali. Non sarà un’aggravante peraltro parecchio arzigogolata a impedire al bullo di turno di gridare «froci di merda» ai ragazzi che escono dal Gay Village o di prendere a pugni il compagno di scuola che non si adegua al machismo dominate.

Al contrario farà dei gay e delle lesbiche italiane dei soggetti da tenere sotto tutela, da «diversificare» rispetto al trattamento di ogni altro cittadino, costituendo così un ghetto a rovescio, ma pur sempre un luogo in cui si è separati da tutti gli altri. Niente dunque che aiuti la convivenza e l’integrazione ma qualcosa che potrebbe persino indurre un meccanismo opposto di sfida e di irrisione verso il nuovo «privilegio».
Senza contare che non si capisce bene perché se uno grida «frocio di merda» dovrebbe subire una pena più grave di quello che urla, mettiamo, «ciccione schifoso» o «sporco negro». Forse che ci sono minoranze di diversa qualità? Esiste forse una classifica a punti che regola i diversi diritti di tutela? La realtà che, se fosse stata approvata, la legge contro l’omofobia avrebbe aperto una gara al rialzo da parte di chiunque si senta minacciato per una caratteristica minoritaria: gli obesi, gli albini, i nani, i calvi…
D’altro canto il codice penale italiano già prevede nei casi di violenza o di ingiuria le aggravanti per turpi e futili motivi. Questa mania classificatoria che pretende di incasellare ogni possibile fattispecie di reato e infilzarlo con la sua bandierina è tipico di una certa politica che alza la voce stentorea contro i crimini ma spesso è flebile e assolutoria con i criminali.

Non si conduce una giusta battaglia di principio contro l’omofobia, che deve essere bandita e confinata nel massimo del biasimo sociale, a suon di modifiche dei codici. È una scorciatoia che mette in pace la coscienza e consente qualche pavoneggiamento mediatico, ma lascia il problema al punto in cui era, e forse l’aggrava. I gay e le lesbiche italiane hanno fatto passi da gigante negli ultimi decenni per i loro diritti e la loro visibilità.

Ma non è stata una marcia fatta di commi e cavilli, si è trattato piuttosto di una conquista di consapevolezza reciproca, di coraggio e di amor proprio.
Esattamente come dice l’acronimo che forma la parola gay: good as you. Valgo quanto te, né di meno, né di più.