Come operare fra gli alberi del S. Joseph

Come molti altri ospedali africani, questo ospedale è costituito da piccoli padiglioni muniti di veranda e collegati fra di loro da pensiline. Queste, utili per fare passare le persone all'ombra, sono assolutamente indispensabili nel periodo delle piogge, che qui sono particolarmente violente e frequenti.
I padiglioni sono puliti e decorosi, ma l'ospedale, come spesso accade in Africa, non fornisce ai pazienti né i pasti né le lenzuola: pertanto le camere sono coloratissime e vivacizzate dai panni che ciascuno si porta da casa. Quasi tutti i pazienti sono accuditi da parenti o da persone appartenenti alla stessa tribù, che preparano da mangiare e pagano la magra retta ospedaliera facendo lavori di manutenzione. Grazie a questo fatto l'ospedale ha dei giardini curatissimi e ordinati ed è ben pulito, nonostante il clima infernale, più adatto alla selva ed agli insetti che all'uomo.
Gli alberi che ombreggiano i padiglioni sono frequentatissimi da uccelli tessitori e di altre specie molto rumorose, e da enormi pipistrelli che di giorno dormono. Di notte, al contrario, tacciono gli uccelli ma sono attivi i pipistrelli che con rospi e iguane tengono sotto controllo la folta popolazione di insetti.
Il padiglione operatorio è l'unico munito di aria condizionata, spesso non funzionante, e di generatore elettrico che garantisce la luce durante le frequenti interruzioni nell'erogazione. La sala operatoria è funzionale, anche se non particolarmente moderna o lussuosa, essendo stata realizzata con materiale di recupero, dismesso dagli ospedali italiani. Purtroppo il problema è l'approvvigionamento dei materiali d'uso, come guanti, fili di sutura, protesi, ecc. che impegnano le risorse dell'ospedale e non sempre sono reperibili.
Anche le trasfusioni sono problematiche per la difficoltà a reperire donatori: coloro che non sono anemici a causa della malaria o della denutrizione hanno altre patologie infettive virali che rendono inutilizzabile il sangue per il pericolo del contagio.
Comunque, nonostante le difficoltà, siamo riusciti a fare numerosi interventi di chirurgia generale e ginecologica (circa una cinquantina fra cui oltre dodici di chirurgia maggiore) e almeno tredici parti cesarei in tre settimane. Un medico occidentale è parzialmente impreparato a gestire la patologia Africana per la mancanza di specializzazione nelle cure e per la carenza di mezzi diagnostici ai quali siamo ormai abituati.
Lì, per fare diagnosi, occorre spolverare le dimenticate tecniche manuali della vecchia clinica e bisogna ripassare, prima di partire, tecniche chirurgiche di varie specialità: ostetricia, ginecologia, ortopedia... Altrimenti bisogna viaggiare in equipe con altri colleghi per poter confrontarsi e completarsi a vicenda.LDS