Ora c'è la prova: Mani pulite fu un blitz politico

A quasi vent’anni dal terremoto di Tangentopoli, l’ex procuratore capo di Milano, Borrelli, dice: &quot;Dovrei chiedere scusa, non valeva la pena buttare all’aria il mondo precedente per quello attuale&quot;. E così fa capire quella doveva essere una rivoluzione in toga<br />

Una battuta che aveva gela­t­o la platea raccolta in una libre­ria milanese. Una battuta che molti avevano preso sul serio. «Se fossimo in Giappone- ave­va detto Francesco Saverio Bor­relli- mi scuserei per il disastro seguito a Mani pulite. Non vale­va la pena buttare all’aria il mondo precedente per casca­re poi in quello attuale ».Pecca­to che si trattasse di un’unghia­ta venata di ironia e amarezza. Il procuratore della Repubbli­ca che smantellò la Prima Re­pubblica non cambia. E lo con­f­erma con un’intervista al Gior­no : «La mia era, ovviamente, una battuta. Non devo chiede­re scusa a n­essuno per aver fat­to il mio dovere di magistrato ». Anzi, il pm che ha segnato un tratto della storia italiana si lan­cia in un ragionament­o che pa­re più da sociologo o da studio­so che da giudice: «La differen­za fondamentale è che, allora, chi era colto con le mani nel sacco si vergognava. Oggi non si sa cosa sia la vergogna». Allo­ra, naturalmente, vuol dire nel triennio 1992-1994, quando il Pool di Antonio Di Pietro diede scacco matto alla Democrazia cristiana, al Partito socialista, ai loro alleati laici e di fatto man­dò al macero la nomenklatura della Prima Repubblica. Inevi­tabilmente la guerra alla corru­zione, alla concussione, al fi­nanziamento illecito diventò un attacco al sistema; la perse­cuzione dei singoli reati si tra­mutò nell’azzeramento di un ceto politico e per qualche tem­po le sorti dell’Italia furono nel­le mani di una pattuglia di ma­g­istrati, venerati dall’opinione pubblica.

Accadde e col senno del poi quella stagione, apparente­mente esaltante, è stata riletta e reinterpretata attraverso lo specchietto retrovisore della critica. Ci furono eccessi e ge­neralizzazioni. Dunque, colpi­sce che quasi vent’anni dopo, Borrelli, ormai pensionato, si sbilanci ancora con giudizi che mescolano pericolosamente il codice e la morale, col risultato di bollare un’epoca, la nostra, e marchiare col fuoco del di­sprezzo la Seconda Repubbli­ca. Per carità, quelle di Borrelli sono parole sintetiche, poche frasi dopo un lungo silenzio. In più, come ex non più in servi­zio il magistrato ha tutto il dirit­to di entrare nelle vicende del­la cronaca. Ma il Borrelli pen­siero fa comunque una certa impressione: siamo ancora dalle parti del «resistere, resi­stere, resistere»,ovvero al fortu­nato slogan che il procuratore coniò nel 2002 e che è diventa­to i­l manifesto della magistratu­ra con la ramazza in mano.

La magistratura che non combatte gli illeciti ma il male, la magistratura che vuole rifon­dare il Paese, la magistratura che svolge un compito, come si dice in questi casi, di sup­plenza. È la magistratura che diventa la stampella principa­le per le istituzioni, come la pro­cura guidata da Borrelli fu per un certo periodo il bastone cui si appoggiò anche il presiden­te della Repubblica Oscar Lui­gi Scalfaro. È la magistratura che svolge un ruolo di interdi­zione, è la magistratura che dà disco rosso al Parlamento e si mette di traverso alle iniziative legislative. Sono trascorsi qua­si vent’anni da quel 17 febbra­io 1992 in cui fu scritto l’ incipit di Mani pulite con l’arresto, nel suo ufficio alla Baggina, di Mario Chiesa e per certi aspetti l’Italia non è mai uscita da quel­l’emergenza. O meglio, allora iniziò una lunga transizione istituzionale che non si è anco­ra conclusa. Certo, il ragiona­mento di Borrelli sembra anco­ra rispondere a quella logica, la logica in cui la magistratura non toglieva solo le mele mar­ce dal cesto ma decideva con un avviso di garanzia la soprav­v­ivenza o il crollo di una carrie­ra. Carica morale e grande po­polarità: un mix che portò il Po­ol a duellare con i politici, a lan­ciare proclami in tv, a condizio­nare i governi. Oggi Borrelli sembra ancora legato a quel­l’immagine. A quella cartolina del rito ambrosiano.Certo,l’ex kaiser di Mani pulite, perso­naggio di grande sottigliezza, specifica che la sua «non era un’analisi politica, né sociolo­gica». E aggiunge che la sua «angolazione»non è quella del­la politica che, evidentemen­te, spetta ad altri. Parole sacro­sante che però non modifica­no il suo spartito. E la sua ripro­posizione della realtà: la città della legge contro la città dell’il­legalità. Nell’intervista al Giorno Bor­relli prova a disinnescare una critica che lo accompagna da sempre: quella di aver indaga­to a senso unico, sempre sul versante dei moderati, grazian­do la sinistra. «Io- è la sua repli­ca - so solo che nelle nostre in­dagini entrarono anche perso­naggi appartenenti alla sini­stra, penso al caso delle tangen­t­i per la metropolitana milane­se ». È una questione controver­sa che si trascina da anni. Bor­relli, intanto, non rinuncia a ri­­battezzare la città nell’acqua­santiera della legalità.