«Ora Forza Italia è un vero partito Il Grande centro? Fuori dall’Europa»

Onorevole Giulio Tremonti, Forza Italia è matura per esser considerata non più movimento ma partito politico?
«Ieri e l’altroieri a Firenze ci sono state due riunioni diverse, e in entrambi i casi sull’invito è apparsa per la prima volta la parola “partito”. È questo un fatto politico di assoluta novità, per la prima volta nella forma e nella sostanza, non solo sugli inviti, ma soprattutto nella bozza di Statuto che andiamo a discutere, si assiste alla trasformazione progressiva di Forza Italia da movimento a partito».
E che differenza c’è rispetto al passato?
«La novità è che c’è la nostra scelta di stare tutti insieme dentro Forza Italia. Abbiamo la necessità e l’opportunità di stare non solo insieme a Berlusconi, ma tra di noi. Passiamo da una fase di anarchia creativa, a una fase di responsabilità collettiva».
Perché Forza Italia oggi è partito e ieri non lo era ancora?
«È la naturale evoluzione di un movimento. Forza Italia, nata come radicale novità nella società postmoderna, paradossalmente è anomala rispetto al passato ma è assolutamente il modello della politica futura».
C’è un fattore che ha accelerato questa evoluzione?
«No, è un processo in atto da tempo, di lunga durata. Forza Italia esiste da 12 anni, è passata attraverso due governi e due opposizioni. Viene da un tempo relativamente breve, ma andrà verso un tempo lungo. Questa trasformazione è uno dei meriti che va riconosciuto ai coordinatori Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto».
Ma è ancora attuale o è anacronistica la forma politica del partito in questa fase storica?
«Assolutamente attuale, anzi, cadute le ideologie, mutata la struttura sociale, scomposta l’economia, superate le classi sociali, in una fase storica di trasformazione strutturale della realtà, marcata dal passaggio dalla produzione industriale collettiva e di massa all’universo flessibile dei servizi, i partiti sono ancora più necessari. Il bene comune non è la semplice somma degli interessi individuali».
C’è chi dice che invece sono un ostacolo, un muro per la società civile.
«Suggerirei la lettura dei vecchissimi e insieme attualissimi scritti di David Hume sulle funzioni dei partiti come intermediari temporali. Il partito sovrappone all’individuo la componente dell’orizzonte temporale, ha una struttura collettiva e quindi una durata più lunga del mandato individuale. Il semplice mandato parlamentare è necessario, ma da solo non è sufficiente, è per questo che storicamente il partito è lo strumento per governare i processi, per esempio evitare il “mercanteggiamento”: tu vieni eletto per ridurre le tasse e poi invece voti per l’aumento scambiandolo per una prebenda. Fuori dal sistema dei partiti il rischio via via crescente, in questa fase post-ideologica, è quello dello sfaldamento del sistema. Attualizzando e rapportando al tempo presente, Forza Italia come partito è perfettamente coerente con il modello politico europeo che è insieme totalmente partitico e radicalmente bipolare».
Se questa è la premessa, lei sostiene che il Grande Centro non funziona.
«È assolutamente fuori dal modello europeo».
E qual è questo modello?
«Come ho premesso, il Grande Centro sarebbe fuori dal modello europeo basato sulla contrapposizione tra destra e sinistra, sul cleavage tra movimenti popolari e movimenti laburisti. Il modello politico europeo non è un’astrazione, è una realtà imprescindibile. Siamo in Europa, un Continente unificato non solo dall’economia - un mercato, una moneta - ma ormai configurato come una piattaforma su cui circolano principi e valori, modelli di vita materiali e culturali comuni. Data questa realtà unificata, non è nell’interesse nazionale introdurre anomalie italiane».
Perché?
«Perché in Europa a far valere gli interessi italiani o ci vai con uno schema europeo oppure fai solo confusione. Non ti capiscono, non capiscono chi sei e dunque cosa vuoi. Soprattutto non riesci a fare quello che è essenziale nella strategia comunitaria: le necessarie alleanze. In ogni caso, il Grande Centro oltre a essere inesistente e dannoso in Europa è impossibile in Italia. C’è una fondamentale differenza tra essere e voler essere. E c’è una notevole differenza tra la realtà e i modelli Beautiful. In ogni caso, le grandi scelte sulle pensioni, sulla sanità, sul lavoro, possono essere fatte solo se hai dietro, perché ti seguono, le grandi masse».
Lei è stato il primo a segnalare che in Europa la grande dinamica politica ha cessato di essere da sinistra a destra o viceversa, per andare in una direzione sola: contro i governi in carica.
«In effetti è poi andata così, come previsto: hanno perso i governi in carica, dalla Germania all’Austria, dalla Svezia all’Olanda. Solo il governo Berlusconi ha pareggiato».
Soluzioni per non perdere o pareggiare?
«Ovviamente cercare di governare, ma non basta il 50,1 per cento e dunque è necessario allargare il consenso; oppure fare la Grande Coalizione - che per me in Italia è impossibile. La Grande Coalizione è l’opposto del Grande Centro: i partiti conservano la loro identità e si accordano per un tempo dato su di un’agenda limitata. Ripeto, questo in Italia è impossibile». Come si allarga il consenso?
«Per esempio come sta facendo Marcello Dell’Utri con i suoi circoli che servono appunto per cercare il massimo consenso possibile».
Altro passo possibile è quello della federazione. Come sarà realizzata? E come si integra con i partiti che la comporranno?
«Primo, la federazione non si costruisce solo in termini di governance. Perché se fai una società, prima decidi l’oggetto sociale e poi fai il governo dell’assemblea. Secondo, la federazione non contraddice l’idea del partito, ma anzi va in questa direzione. Uno dei passaggi più importanti del discorso di Gianfranco Fini, il 2 dicembre scorso a Roma, è stato proprio quello di dire che se vuoi fare un’aggregazione più alta sopra devi rinforzare l’identità sotto. E per far funzionare la federazione è fondamentale questo passaggio. Sulla federazione c’è il mio massimo impegno sui contenuti e soprattutto sui tempi».
Quanto tempo ci vorrà per vararla?
«Io non so quanto tempo avremo, ma so che la sinistra italiana è entrata in un ciclo di crisi».
Perché?
«Perché è saltata la formula della spesa pubblica. L’essenza della sinistra è dirigistica, costruttivistica e fondamentalmente finanzia il suo disegno di società con la spesa pubblica».
Ma questo dopo Maastricht non è più possibile.
«Esatto. E la formula suicida della Finanziaria lo rende evidente: non puoi finanziare la spesa pubblica con le tasse. L’esperimento politico di questa Finanziaria, assolutamente innovativo, è invece più spesa pubblica e più tasse. Solo un governo demenziale poteva pensarlo. Un conto è fare spesa pubblica in deficit, un altro è l’esperimento di ingegneria politica dell’esecutivo: più spesa con più tasse. Potrebbero brevettarlo».
Il governo sta cercando di andare incontro ai consumatori. È una politica del portafoglio che potrebbe funzionare.
«Non credo funzioni neppure l’illusione di sostituire la lotta di classe con i supermercati e i low cost. I prezzi bassi ti interessano se hai il posto fisso e il portafoglio pieno. Ma se tu hai il posto fisso in Cina e il precariato fisso in Italia, avrai anche il low cost ma non hai più il portafoglio».
La sinistra però lavora al Partito Democratico, pensa di governare a lungo. O no?
«Non c’è un futuro per la sinistra governista, non c’è un futuro per la sinistra mercatista, c’è un futuro solo per la sinistra antagonista. E dunque per molti anni, sarà fuori dagli schemi del governo, mentre per noi si apre una fase storica».
Le criticità e i problemi però non mancano neppure nel centrodestra.
«Non vedo criticità con An e neppure con la Lega. E a questo proposito voglio ripetere quanto all’estero ed in Italia dico da anni: la funzione della Lega è stata democratica e costituzionale. Perché in Italia, unico Paese in Europa, non ci sono movimenti xenofobi? Perché c’è la Lega. Chi pensa di escluderla, vuol eliminare un elemento fondamentale della nostra vita politica».
E i problemi con l’Udc?
«Chieda all’Udc. Io parlo di Forza Italia e so che noi abbiamo i “grandi numeri”, è per questo che la politica di un grande partito ha la sua assoluta specificità. In ogni caso, l’essenza della politica è nel rapporto con l’opinione pubblica. Per Forza Italia questo rapporto si dimensiona appunto sui “grandi numeri”. E questo non è un dato numerico, ma politico».
Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera ha scritto che non avete rapporti con le élite del Paese. Lei fa parte delle élite, è presidente dell’Aspen, ma è anche vero che nei salotti contate poco. Come si supera questo problema?
«Il problema di rapporti con le élite c’è ma non è individuale, è di partito. E per superarlo dobbiamo con umiltà iniziare un processo di dialogo con le élite e di costruzione di una classe dirigente, perché non basta vincere le elezioni, è necessario vincere il governo. In ogni caso, in politica conta l’hardware ma conta anche il software, le idee, i messaggi e i simboli. Sul fronte della cultura spero che ci possa essere presto una novità politica generale positiva».