Ora i musulmani fanno ricorso per la moschea di via San Vito

Pantaloni rossi fiorati, maglia trasparente di rete bianca, che scende, lasciando nuda la spalla. Dacia Valent, somala, europarlamentare del Pci nel 1989, ex poliziotta e attuale portavoce della Lega islamica anti-diffamazione, arriva in via San Vito 12 - dove sarebbe dovuta sorgere la moschea - per difendere, non solo a parole, quel luogo. Annuncia che ieri è stato depositato il ricorso al tribunale contro il provvedimento dell’autorità giudiziaria che ha dato lo stop ai lavori, per la mancanza della denuncia di inizio attività. Quando arriva in via San Vito è in corso il sit-in organizzato da «La Destra» a difesa della cristianità, il primo in cui il partito di Storace scende in piazza nella capitale. A guidare i manifestanti il portavoce romano del nuovo movimento, Fabio Sabbatani Schiuma, che apre il sit-in sostenendo che «è impensabile che la realizzazione di questo nuovo centro culturale o moschea, che dir si voglia, sia stata bloccata solo per motivi procedurali». «I motivi devono essere altri - continua Schiuma -. A Roma ci sono già cinque o sei centri di cultura islamica e la moschea più grande d’Europa. Realizzarne una nuova vicino una chiesa è un insulto alla cultura cristiana».
Fra le circa 20 persone presenti, i rappresentanti di alcune associazioni di residenti all’Esquilino e il consigliere municipale dell’Udc, Augusto Caratelli. Assenti invece gli esponenti di An, eccezion fatta per il consigliere regionale Luigi Celori. Eppure mercoledì il portavoce romano de «La Destra», aveva lanciato un appello ai colleghi di An perché intervenissero. Tuttavia Schiuma si limita a rilevare che «Alleanza nazionale è un partito alleato. Certo che se Fini parla di Corano nelle scuole, credo che ci sia qualcuno in quello schieramento che debba fare pace con se stesso». Trapela quindi una questione politica, che va al di là dell’essere pro o contro la moschea. Anzi, per Valent è proprio quello il motivo che ha portato alle polemiche dei giorni scorsi. Ma la portavoce della Lega islamica e Schiuma al sit-in si stringono la mano, e per un momento le loro posizioni non appaiono così distanti. «Vi permetteremo di aprire un’altra moschea a Roma solo quando voi ci farete costruire una chiesa a La Mecca», continua l’esponente de «La Destra». «Quando la vorrete fare io sarò al vostro fianco», gli risponde Valent. Schiuma sorride e se ne va, senza lasciarsi affascinare dalle parole della signora, che continua il suo discorso come un fiume in piena. «Il Comune ha ragione dal canto suo - spiega -. Il problema è che c’è stato un errore di valutazione. Noi non vogliamo aprire nessuna moschea, anche perché per costruirla l’edificio dovrebbe essere orientato in un certo modo e occorrerebbe anche realizzare un minareto».
Invece in via San Vito, nel locale dato in affitto per 1700 euro al mese all’associazione bengalese di Mustafa Kamal, i musulmani vogliono un centro culturale e che sia aperto prima del Ramadan, che quest’anno incomincia il 13 settembre. Ma Valent sorvola sul fatto che, a prescindere dal tipo di costruzione, quello che mancava e che ha portato allo stop dei lavori era la denuncia di inizio attività. Parla d’altro, spiegando di aver «fatto ricorso anche basandoci sul fatto che non realizzeremmo in via San Vito un edificio ex novo, ma apportiamo solo delle modifiche a uno già esistente». E che diventerà un centro culturale, sia chiaro. «Ma lì - conclude Valent - qualcuno dei circa 250mila musulmani presenti a Roma potrà pregare e ci saranno gli spazi suddivisi per uomini e per donne». Insomma, anche se si chiamerà centro culturale, in quel luogo (se si dovesse precedere al dissequestro) i musulmani metteranno comunque il loro tappeto per terra e si rivolgeranno ad Allah. Anche senza la presenza di un minareto.