Ora Napolitano sfida Pdl e il Giornale: "Tradisco la Carta? C'è l'impeachment"

Stop a insinuazioni sul capo dello
Stato. Il Quirinale replica a
una <strong><a href="/interni/il_deputato_pdl_4_maurizio_bianconi/15-08-2010/articolo-id=467179-page=0-comments=1">intervista a Bianconi</a></strong>: &quot;Chieda l'impeachment, altrimenti le sue resteranno solo indebite pressioni&quot;. Ma il deputato Pdl replica: &quot;E' una reazione spropositata, non ho mai chiesto l'impeachment&quot;. Due i precedenti: nel 1978 contro Leone e nel 1991 contro Cossiga

Roma - Stop a insinuazioni sul capo dello Stato e ad indebite pressioni provenienti dal mondo politico. E' questa la sintesi di una nota con cui il Quirinale replica ad una intervista all’onorevole Maurizio Bianconi, vicepresidente del gruppo dei deputati Pdl: "Tradisco la Costituzione? Chiedano l'impeachment". Ma il deputato Pdl replica: "E' una reazione spropositata, non ho mai chiesto l'impeachment".

La replica del Quirinale Secondo quanto riportato nella nota del Quirinale, l'onorevole Bianconi si sarebbe "abbandonato ad affermazioni avventate e gravi sostenendo che il presidente Napolitano 'sta tradendo la Costituzione'. Essendo questa materia regolata dalla stessa Carta, se egli fosse convinto delle sue ragioni avrebbe il dovere di assumere iniziative ai sensi dell’articolo 90 e relative norme di attuazione". "Altrimenti - conclude la nota - le sue resteranno solo gratuite insinuazioni e indebite pressioni, al pari di altre interpretazioni arbitrarie delle posizioni del Presidente della Repubblica e di conseguenti processi alle intenzioni".

La replica di Bianconi "Una reazione sproporzionata che mi lascia stupefatto - replica a stretto giro Bianconi - non vorrei che si facesse 'buuu' per spaventare qualcuno, perché qua nessuno si spaventa". In ogni caso, il deputato del Pdl "conferma" il contenuto dell’intervista e specifica di non aver chiesto o sollecitato una procedura di impeachment: "Non sono così imbecille da chiedere una cosa del genere". Bianconi, poi, ricorda che il fatto che Napolitano abbia dato in pochissimo tempo l’incarico a Berlusconi afferma una prassi e che se "si torna indietro nella Costituzione materiale" si "tradisce la Carta: non in assoluto, ma in relazione alla prassi vivente". Il deputato del Pdl non ritiene comunque che il messaggio del Colle sia in realtà rivolto al presidente del Consiglio: "Non certo tramite me, che sono vicepresidente del gruppo del Pdl, mica Gasparri o Matteoli. Non sono l’ultima ruota del carro, ma neanche uno attraverso il quale mandare messaggi"". Io sono uno modesto - conclude - io non ho né case né cucine né mobili da comprare, abbiamo dei figlioli da sfamare e non apparteniamo al bel mondo".

Il Pdl: "Nessuno dubita di Napolitano" Daniele Capezzone fa sapere che nessuno nel Pdl "dubita della correttezza passata, presente e futura di Napolitano". "Abbiamo sempre constatato, anche in passaggi delicati della vita politica e istituzionale del nostro Paese, un suo comportamento ineccepibile - spiega il portavoce del Pdl - contestualmente, però, e questo è un concetto ribadito con forza e giusta nettezza dal Pdl e dalla Lega, non sarebbe accettabile l’idea di governi cosiddetti 'tecnici' o 'istituzionali' che dovessero ribaltare o comunque mettere tra parentesi gli esiti elettorali del 2008, peraltro confermati nel 2009 e nel 2010". "Gli italiani hanno chiaramente scelto un Premier, Silvio Berlusconi, il cui nome era scritto sulla scheda elettorale. Questo è un fatto politico di cui tutti devono tenere conto - conclude Capezzone - sarebbe gravissimo se le opposizioni, con l’aiuto di qualche interessato network editoriale e imprenditoriale, cercassero di mettere in campo operazioni opache volte a sovvertire le scelte degli italiani".

Cicchitto: "O fiducia o voto" Anche il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto  conferma "il massimo rispetto" per Napolitano: "Non seguiamo certamente la linea a suo tempo portata avanti dal Pci quando provocò le dimissioni di Leone malgrado che il suo comportamento fosse stato ineccepibile e quando cercò invano di raggiungere l’impeachment di Cossiga". Cicchito spiega che la maggioranza persegue "l’obiettivo positivo di ottenere la fiducia e il sostegno del Parlamento su 4 punti qualificanti sui quali si concentrerà l’attività del governo; invece, nel caso in cui questa fiducia della maggioranza del Parlamento non venga ottenuta, allora riteniamo che si debba andare al voto degli italiani e non si debba dar vita a governi tecnici o di transizione". "Questa valutazione politica di fondo - conclude - la abbiamo sottoposta e la sottoponiamo, con il rispetto che sempre abbiamo avuto, alla riflessione del presidente della Repubblica".

La protesta dell'opposizione "Il Presidente del Consiglio metta uno stop immediato alle vergognose dichiarazioni di ministri del suo governo e parlamentari della sua maggioranza che stanno avvelenando il confronto politico. Basta con il massacro delle istituzioni. Il Presidente della Repubblica ha fatto bene a reagire", ha commentato Rosy Bindi, vicepresidente della Camera e presidente dell’assemblea nazionale del Pd. "Chi attacca il Colle vuole lo sfascio delle istituzioni", ha dichiarato il capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi. "Gli attacchi del Pdl al Colle, il continuo tentativo di coinvolgere Napolitano nella polemica politica sono una grave offesa alle istituzioni ed alla Costituzione".

L'articolo 90 e i precedenti L’articolo 90 della Carta afferma che "il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri". La prima volta accade per Giovanni Leone, il presidente che durante la sua esperienza nominò Silvio Berlusconi Cavaliere del lavoro. Le indiscrezioni intorno al caso Lockheed spinsero la direzione del Pci a chiederne le dimissioni, che arrivarono poco dopo la tragica conclusione dell’affaire Moro, il 15 giugno 1978, in diretta televisiva. Il secondo caso riguardò invece Francesco Cossiga, messo formalmente in stato di accusa dal Parlamento con una procedura conclusasi con l'archiviazione il 12 maggio 1993. Tra i firmatari delle mozioni accusatorie: Violante, Pannella, Dalla Chiesa, Russo Spena. Ventinove capi d’accusa, da Gladio alla P2, tutti respinti dall’apposita commissione.