ORA IL PROCESSO TORNI IN PARLAMENTO

Il caso Visco non è chiuso. La Procura di Roma non potendo rinviare a giudizio il viceministro dell’Economia, l’ha messo dietro la lavagna certificando una cattiva condotta che se non vale niente in un’aula di tribunale, vale moltissimo in quella parlamentare.
La storia delle pressioni esercitate sulla Guardia di Finanza è infatti un caso esemplare di dispotismo che non abbiamo mai immaginato potesse essere ridotto a pura questione da polveroso faldone giudiziario.
In un Paese che sta perdendo drammaticamente fiducia nella politica, la permanenza di Visco al governo è uno spettacolo che la maggioranza potrebbe e dovrebbe evitare. Per gli italiani e per la futura sopravvivenza del centrosinistra come entità politica e non come sottoprodotto del caos.
Al Giornale non siamo né giacobini né alfieri dell’antipolitica, pensiamo semplicemente che per salvare la buona politica occorrano rapidi atti concreti, guidati dalla bussola della serietà e della sobrietà.
Un uomo di governo che «con la bava alla bocca» minaccia il comandante generale delle Fiamme Gialle chiedendo il trasferimento dei finanzieri che indagano su Unipol - per motivi che secondo i magistrati «restano oscuri» - non solo non può riavere le deleghe sulla Guardia di Finanza, ma non può neppure continuare a stare al suo posto.
Il silenzio del centrosinistra sulla vicenda fa supporre che invece si voglia procedere in ben altro modo e, francamente, a noi sembra una scelta suicida per almeno tre motivi:
1. Perdonato Visco, diventa perdonabile qualsiasi altra pessima condotta di un qualunque componente del governo.
2. Il viceministro Visco è un’anatra zoppa, perché senza la delega sulla Guardia di Finanza non può usare lo strumento principale per la lotta all’evasione.
3. La maggioranza espone l’intero governo alla gogna dell’antipolitica e con la piena «assoluzione» di Visco fornisce argomenti molto pesanti a chi riempie le piazze urlando che «bisogna distruggere i partiti».
Il centrosinistra sta tragicamente confondendo l’istinto di autoconservazione con la conservazione del potere. Il problema è che così facendo si trasforma da grande malato a untore e rischia di contagiare tutto il sistema. Per queste ragioni il caso Visco non può considerarsi chiuso e l’opposizione dovrebbe stendere un cordone sanitario per non farsi contagiare e per cercare di curare il grande malato. Si dice che «se salta Visco, salta il governo», ma in gioco c’è di più: la dignità della politica.
Una vicenda come questa merita non solo un altro dibattito parlamentare, ma la presentazione di una mozione di sfiducia individuale. Si restituisca lo scettro alle Camere, siano i parlamentari a giudicare quel comportamento così poco onorevole. Lo assolvano o lo condannino, con chiarezza, assumendosi le proprie responsabilità di fronte agli elettori.