Ora rimane Mladic, il boia di Srebrenica

Ora sono rimasti in due. Ma uno, Goran Hadzic, ex presidente dell’effimera Repubblica serba della Krajina, conta ben poco rispetto all’altro, anche se è latitante per crimini di guerra efferati tra i quali spicca il massacro dei degenti dell’ospedale di Vukovar in Croazia, una delle pagine più orribili delle guerre balcaniche dei primi anni Novanta. Hadzic insomma fa la figura del pesce piccolo rispetto al grosso pescecane Ratko Mladic, considerato un eroe dai nazionalisti serbi più duri per il suo ruolo militare nella costruzione della Repubblica serba di Bosnia. Ruolo che si è fondato sulla famigerata «pulizia etnica», ovvero la cacciata o l’assassinio a sangue freddo degli abitanti non serbi dei villaggi inclusi nel settore serbo-bosniaco. Episodio culminante di queste tragedie consumate nel sostanziale disinteresse dei vicini europei fu nel luglio di 13 anni fa il massacro di Srebrenica, enclave musulmana raggiunta dopo un assedio di tre anni dalle armate guidate da Mladic: qui l’«eroe» serbo si accordò con la guarnigione di caschi blu olandesi che avrebbe dovuto proteggere i civili, la quale se ne andò senza sparare un colpo e aprì la strada allo sterminio di ottomila persone inermi, ragazzini dodicenni compresi.
Queste e altre imprese consimili marchiano a fuoco (o almeno dovrebbero) la figura di Ratko Mladic, 66 anni, di professione generale ma meglio noto, appunto, come «il boia di Srebrenica». Quel terribile 11 luglio 1995 Mladic, che Radovan Karadzic aveva nominato capo delle forze paramilitari serbo-bosniache, dirigeva personalmente le operazioni. «Abbiamo liberato Srebrenica - disse quel giorno - ma l’obiettivo non è né la popolazione musulmana innocente, né le truppe dell’Onu; stiamo tentando di riportare alla ragione i terroristi musulmani». Di quei «terroristi» Mladic ne uccise appunto ottomila. Nel racconto di alcuni sopravvissuti, le prime vittime vengono sgozzate mentre si trovano ancora nel recinto dell’Unprofor, sotto la teorica protezione dei caschi blu. Poi comincia l’orrore assoluto: i soldati di Mladic dividono gli uomini dalle donne e dai bambini e danno il via a un eccidio durato giorni. Migliaia di uomini fuggono nelle campagne, ma le milizie serbo-bosniache aprono una gigantesca caccia e li catturano quasi tutti: in gruppi di 200-300 vengono messi in fila e uccisi con sventagliate di kalashnikov. «Non c’è più Tito a proteggervi!», urla la soldataglia. Ancora oggi a Srebrenica si scoprono fosse comuni.
Dopo la pace di Dayton imposta dagli americani Mladic, come il suo alter ego politico Karadzic, si diede alla latitanza. Idolatrato e straprotetto dai militari serbi, l’ormai vecchio generale-macellaio può ancora sperare di non essere venduto come è appena accaduto all’ex presidente-psichiatra dalla chioma fluente. Ma non per molto, probabilmente.