Ora la sua sfida è vincere per la Storia

Duplice è la sfida che George W. Bush vuole affrontare con l'invio di altri 21.500 soldati americani in Irak. La prima riguarda la guerra al terrorismo. Il presidente sa bene che se si ritirasse da Bagdad e lasciasse solo il fragile governo di Al Maliki ad affrontare la guerriglia, i terroristi, le milizie sunnite e gli altri gruppi insorgenti si impadronirebbero della Mesopotamia che diverrebbe, ancor più, un campo aperto per la diffusione di Al Qaida e degli altri fondamentalismi che mirano a dominare l'intero Medio Oriente.
La seconda sfida riguarda, se così si può dire, l'uomo di fronte alla storia. George W. Bush, verso la fine del suo mandato, si preoccupa, come molti suoi predecessori, di non passare alla storia come il presidente sconfitto dal terrorismo dell'11 settembre, in fuga dalle guerre solennemente dichiarate prima in Afghanistan e poi in Irak.
L'aumento delle truppe intende pertanto essere un rimedio agli errori, infine riconosciuti, della strategia fin qui seguita. È stato l'ex ministro della Difesa, Donald Rumsfeld, insieme ai dottrinari che lo sostenevano al Pentagono, a ritenere che l'Irak potesse essere pacificato con un esiguo numero di militari altamente tecnologizzati. Si consideri che nella guerra del Golfo, combattuta nel Kuwait da Bush padre, erano ingaggiati circa mezzo milione di militari, mentre l'attuale operazione ne ha impegnati meno della metà con il risultato di ottenere sì una rapida vittoria militare su Saddam Hussein ma poi di impantanarsi senza via uscita.
L'interrogativo che molti sollevano è se la tardiva correzione di rotta - dal piccolo esercito qualificatissimo a una forza più numerosa - serva effettivamente agli obiettivi dichiarati: uscire dai bunker in cui i militari Usa sono asserragliati, estendere le aree di intervento e controllo del territorio, inseguire i terroristi nei loro nascondigli, ed addestrare rapidamente gli irakeni ad assumere responsabilità dirette.
È proprio di tal fatta la critica dei democratici, ora al controllo del Congresso, i quali, però, non sono mai riusciti a proporre una chiara strategia alternativa, oscillando sempre tra alcune frange radicali, favorevoli al ritiro immediato, e il grosso dei parlamentari attenti a non farsi accusare di anti-patriottismo, e quindi pronti a criticare i dettagli piuttosto che rifiutare la guerra al terrorismo.
Più difficile è valutare la sfida che Bush sente di dovere affrontare con la storia. Non si deve dimenticare che il presidente repubblicano ha reagito allo straordinario attacco dell'11 settembre con un'elaborazione teorica di alto profilo che ha ribaltato il lungo dominio del cosiddetto «realismo internazionalista». Infatti George W. Bush e i suoi consiglieri hanno individuato nell'islam-fascismo il nuovo nemico ideologico, simile al nazismo e al comunismo, che andava fermamente combattuto anche al di là del rispetto dello status quo. Non a caso lo hanno sottolineato intellettuali liberal come Michael Walzer e Paul Berman.
Ma dopo la realizzazione della brillante idea relativa al rapporto tra sicurezza internazionale e diffusione della democrazia, gli errori politici e militari irakeni hanno oscurato quella primitiva intuizione che fu assunta a base della politica estera americana. Ora Bush è consapevole che il suo nome è legato non tanto alla guerra al terrorismo quanto a quel che accadrà in Irak. Il presidente potrà avere un posto nella missione americana solo se ce la farà ad uscire con un qualche successo da quella impresa.
La risposta come sempre non può che essere rinviata alla prova dei fatti. Per ora le reazioni degli americani sembrano improntate allo scetticismo. Se gli Stati Uniti, con questo supplemento di truppe, riusciranno a contenere il terrorismo in Irak, avranno partita vinta. Se invece se ne dovranno andare prima o poi lasciando il campo alla guerra civile - sarebbe molto meglio definirla «guerra religiosa» - allora il giudizio della storia sarà negativo, ed oscurerà anche le brillanti intuizioni del passato.
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