Orgoglio d'Italia, non eroi da usare

Onore a quei giudici ma non siano usati dai pm politicizzati.
Rinunciamo alla retorica dell’eroe e impediamo ai magistrati di sfruttare i morti per evitare ogni critica <br />

Un equivoco si aggira sulla scena italiana: quello che im­pone come u­n dogma religio­so di considerare la magistra­tura, e ogni singolo magistra­to, come un monoblocco, un pezzo unico, un solo organi­smo senza volti diversi, nomi e storie diverse, che deve es­sere preso come un solo indi­viduo, una entità metafisica. Prendiamo la storia dei magi­strati assassinati da terrori­sti rossi e neri durante gli an­ni di piombo che ieri l’altro sono stati ricordati anche sulle colonne del Giornale.

Ricordiamo ancora una volta i loro nomi, tutti cari al cuore di tutti i cittadini: Emilio Alessandrini, Mario Amato, Fedele Calvosa, Francesco Coco, Guido Galli, Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Vittorio Occorso, Riccardo Palma, Girolamo Tartaglione, per restare al solo ambito del terrorismo politico e senza ricordare di nuovo i tanti uccisi dalla mafia, comunque sacrificati in nome dello Stato. Perché queste vittime rappresentavano lo Stato, erano servitori dello Stato come tutti gli altri degnissimi servitori assassinati: professori universitari e poliziotti (anch’essi con il loro imponente numero di vittime), gente comune che non indossava un’uniforme e che ha perso la vita.

Voglio ricordare qui uno solo dei magistrati uccisi dai terroristi perché fui uno dei primi ad arrivare, da cronista, sul luogo del sacrificio umano: era il 10 luglio del 1976 e Vittorio Occorsio stava sbalordito e accasciato sul volante della sua macchina, lo sportello spalancato, una sola ferita alla tempia in una raffica selvaggia di colpi esplosi da una mitraglietta di guerriglieri d’estrema destra. Un proiettile di rimbalzo lo aveva ucciso. E una formica, una sola formica nera, risaliva il rivolo di sangue essiccato sul suo viso. Lo ricordo perché c’era qualcosa di ingiusto ma infinitamente degno, infinitamente triste, silenzioso e definitivo in quella morte orrenda e improvvisa. La polemica che si è scatenata in questi giorni, di cui non voglio qui discutere quanto contiene di eccessivo, di politicamente scorretto, è tutta contenuta in un errore logico: quello secondo cui se si tocca, si addita, si accusa a torto o a ragione, un solo membro della giurisdizione dei magistrati di comportamenti censurabili, tutto il monoblocco della categoria, o dell’ordine monastico (talvolta si ha questa impressione) insorge e mette avanti i suoi morti.

Ora, proprio chi come me, e come la maggior parte dei cittadini della Repubblica, sa distinguere in logica parole diverse fra loro come «alcuni» e «tutti», avverte un senso di malessere sia quando vede strapazzare tutta in blocco la magistratura, sia – e forse ancora di più perché il caso diventa concreto – quando si mette davanti agli argomenti, alla guerra delle parole e alle asprezze della politica, la parata dei caduti, come se quei caduti appartenessero ad una categoria, ad un ordine, ad una parte, ad una schiera e non all’identità e all’orgoglio dell’intero Paese. Ho conosciuto anch’io magistrati che, presi singolarmente, considero personalmente dei mascalzoni. E più di uno. Gente che non ha avuto un attimo di esitazione nel piegare la verità dei fatti alla falsità politica, e non per questo mi passa per la testa di concludere che «i magistrati sono», «la magistratura tutta è», così come non credo che questo tipo di generalizzazione passi per la testa di chicchessia.

Il fatto è che quei rappresentanti dello Stato che sono caduti sotto il piombo di bande di assassini (e fra loro cittadini che non erano tecnicamente dipendenti statali, ma servivano diversamente la collettività, come i giornalisti uccisi o gambizzati) non sono simboli separati e separabili dal corpo intero della società, del popolo, dei cittadini. E fa molta impressione, almeno a me ne fa, quando si usano i morti, le vittime inermi, il povero Occorsio con la sua formica, come «eroi». Sarebbe molto meglio se tutti, a destra e a sinistra, rinunciassero a questa categoria loffia dell’eroe per applicarla a chi un giorno (uscendo di casa magari per portare i figli a scuola come il povero commissario Calabresi o a qualche carabiniere, guardia, agente di scorta, giornalista) si trova di fronte, o più spesso alle spalle, a una canna di pistola e a un pezzo di piombo che scardina le ossa, taglia le arterie, sfonda il cuore, strazia il cervello.

È, se vogliamo essere sinceri, un gioco sporco, egoista, sleale e manipolativo. E allora, indipendentemente dai fatti di questi giorni, dalle accese e scontate polemiche ( molto scontate, come una partitura musicale con lo stesso refrain) e senza entrare di nuovo qui nel merito delle critiche ad alcuni magistrati d’accusa di una specifica procura, bisogna chiedersi: è possibile o no discutere del funzionamento e delle anomalie della macchina dello Stato – che ci sono e che sono enormi – senza vedersi recapitare a casa un camion di cadaveri con sopra la scritta «eroi»?

È possibile immaginare un futuro in questo Paese in cui gli eroi (magistrati eroi, preti eroi, scrittori eroi, maestri eroi... ) possano essere accantonati e che si possa litigare anche a pugni e schiaffi sui temi roventi che dividono, che separano, che rendono desiderabile e produttiva la lite politica, senza essere investiti da un corteo di carri funebri usati come carri armati di eroismo? Questo discorso e questi dubbi mi riportano alla memoria antiche passeggiate serali con Leonardo Sciascia quando lo riaccompagnavo al suo albergo di via Nazionale e ironizzava: «Spero che nessuno mi spari, perché non vorrei diventare un eroe anch’io».