Ornella Vanoni alla riscossa: "Strehler? Era un erotomane. Elogiava il mio sedere"

Esce in libreria l'autobiografia di Ornella Vanoni, <em>Una bellissima ragazza</em>. La cantante rivela molti aneddoti della sua vita: "Paoli? Lo credevo gay. De André cucinava bene". La grinta: "Non capisco Vasco e Fossati, io non smetterò mai"

Lei arriva di corsa, stavolta ha i capelli raccolti e molto corti. Ornaella Vanoni non ha limiti, e tutti sanno che non è una novità: parla ed esonda energia senza freni, anche ora che ha settantasette anni compiuti. «Non ho intenzione di ritirarmi. Non farò come Fossati o come Vasco o anche come vorrebbe fare Biagio Antonacci. Se un artista non fa il suo mestiere, perde se stesso». Lei no. Ha fatto parte della giuria di Star Academy, un flop memorabile: «Tra di noi non c’era gioco di squadra e per di più la Rai non paga, specialmente i tutor. Anzi, dicono che Star Academy costi di più di quanto costasse X Factor. Rimanendo lì, ho rischiato di farmi venire la meningite. Tra i tutor, a me piaceva Ron, ma gli altri, tesori cari: se critico Mietta sulla tonalità di un cantante e lei mi contesta, capite...». Come a dire: io sono la Vanoni e Mietta chi? Adesso pubblica un’autobiografia per Mondadori, Una bellissima ragazza (scritta con Giancarlo Dotto, 227 pagine, 17,50 euro) e annuncia che le parole del suo disco in uscita tra un anno saranno di Lorenzo Vizzini, un ragazzetto siciliano, diciott’anni appena, per tutti un autentico talento. Poi però, e ci mancherebbe, la signora visibile della canzone italiana (Mina è nascosta nel buio) parla del suo passato che è un po’ anche il nostro, di italiani e di amanti dell’arte. Nel libro scrive di Gino Paoli: «Per un po’ ci siamo frequentati, convinti l’uno dell’omosessualità dell’altro». Ma a tavola, qui in un ristorantino di Brera, conferma che «se l’amore più grande è quello che ti fa piangere di più, allora lui è stato il mio amore più grande». Giorgio Strehler, poi. Scrive: «Non sapevo fosse un erotomane. Non l’avevo sospettato neanche quando, mentre lavorava e gli ronzavo intorno, commentava pieno di ammirazione le qualità del mio culo». Lo tradì, confessa, con Renato Salvatori. E via così lungo una vita piena di amore («Ho amato molto Vittorio: quando dormiva con me, provavo una tenerezza infinita: l’amore senza tenerezza non dura»), di delusioni, di fatica. E di amici. Qualcuno enorme, come Brecht o Hugo Pratt: «Non sono andata al suo funerale». In compenso gli scrisse una lettera sul Corriere della Sera: «Ti penso continuamente. E ora, tra i rimpianti, mi resta la tua risata». Parole che valgono una vita.
C’è, in questa Ornella Vanoni che stupisce tanto è reattiva, l’impareggiabile fortuna di fare un bilancio quando non è ancora chiuso. «Io canterò per sempre. Se posso fare pop, farò pop. Altrimenti farò jazz. Oppure etno». A darle forza, semmai ne avesse bisogno, sono gli amici, o i loro ricordi. Bruno Lauzi: «Se ne è andato con una dignità incredibile». Fabrizio De André: «Il più grande di tutti, se vogliamo parlare di poetica, spessore e voce. Cucinava molto bene. Era un mago nel preparare il “court bouillon”, il brodo per lessare il pesce». Le diceva spesso, così tanto per far capire quale sia l’umiltà dei grandi: «Che mestiere scemo il nostro, mettersi sul palco, mostrarsi come animali da esibizione, farsi vedere da tutti, farsi capire da tutti. Che mestiere orrendo!». E poi Luigi Tenco, Lucio Dalla, Giorgio Gaber e Domenico Modugno che gli diceva: «Sembri una formica, con quella vita stretta stretta ti porti dietro il tuo sedere». Una delizia, c’è da dirlo, almeno per chi ama la canzone d’autore. E rimane ancora senza parole di fronte a questa signora che la vita ha modellato ma non cambiato, che gira con il braccialetto di Gesù al polso e che ora dice: «Io canto ancora così perché mi si è liberato il cuore, non ho nulla di rimosso». E quel poco che aveva rimosso, comunque, lo trovate in questo libro.