Osservatore Romano riapre il dibattito: "La morte cerebrale non è sufficiente"

Il giornale del Vaticano: nuovi studi mettono in dubbio le certezze sulla fine della vita e potrebbero cambiare le leggi sugli espianti di organi. Ma il portavoce della Santa Sede: "Tesi interessante, ma non è la nostra posizione"

Roma - Quarant’anni dopo il «rapporto di Harvard», che cambiò la definizione di morte basandosi non più sull’arresto cardiocircolatorio ma sull’elettroencefalogramma piatto, L’Osservatore Romano riapre il dibattito. Il quotidiano della Santa Sede, diretto da Gian Maria Vian, nel numero oggi in edicola, pubblica infatti in prima pagina un commento di Lucetta Scaraffia nel quale si legge: «L’idea che la persona umana cessi di esistere quando il cervello non funziona più, mentre il suo organismo - grazie alla respirazione artificiale - è mantenuto in vita, comporta una identificazione della persona con le sole attività cerebrali, e questo entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica».

L’articolo dell’Osservatore propone alcuni spunti di discussione, e in ogni caso i suoi contenuti – come ha precisato in serata il direttore della Sala stampa vaticana padre Federico Lombardi – non esprimono la posizione della Santa Sede sull’argomento. L’editoriale dà piuttosto conto di un dibattito in corso, citando due recenti volumi dedicati alla «morte cerebrale e trapianto di organi». La giustificazione scientifica che aveva portato alla definizione di «morte cerebrale», spiega Scaraffia, «risiede in una peculiare definizione del sistema nervoso, oggi rimessa in discussione da nuove ricerche, che mettono in dubbio il fatto che la morte del cervello provochi la disintegrazione del corpo», come dimostrano le esperienze che hanno messo in crisi «l’idea che si tratti di corpi già morti, cadaveri da cui espiantare organi».

Il rischio di confondere il coma (morte corticale) con la morte cerebrale è sempre possibile. E questa preoccupazione - ricorda l’Osservatore - venne espressa al concistoro straordinario del 1991 dal cardinale Ratzinger. In quella occasione il futuro Papa, che pure qualche anno dopo rivelò di essere iscritto a una associazione di donatori d’organi, disse: «Più tardi, quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in un coma “irreversibile”, saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianti d’organo o serviranno, anch’essi, alla sperimentazione medica (“cadaveri caldi”)».

Il giornale della Santa Sede ricorda però che anche la Chiesa cattolica, «consentendo il trapianto degli organi, accetta implicitamente» la definizione di morte cerebrale, seppure «con molte riserve»: per esempio nello Stato della Città del Vaticano non è utilizzata quella certificazione. L’autrice del commento sembra condividere le osservazioni del filosofo del diritto Paolo Becchi, il quale ritiene che il nodo dei trapianti non si risolva «con una definizione medico-scientifica della morte», ma attraverso l’elaborazione di «criteri eticamente e giuridicamente sostenibili e condivisibili». Il quarantesimo anniversario della definizione di Harvard è dunque l’occasione per approfondire il dibattito, anche rimettendo in discussione (e questo - osserva Scaraffia - «costa») uno dei pochi punti concordati tra laici e cattolici negli ultimi decenni.

Di fronte alle reazioni innescatesi, padre Lombardi ha tenuto a precisare che l’articolo «autorevole e interessante» non può «essere considerato una posizione del Magistero della Chiesa» e non è riconducibile a qualche organismo vaticano.