Le osterie genovesi di Borzini emanano odori e sapori perduti

Dal Bay di Quarto fino a Coronata, dal Reatin famoso per le sue lumache alla trattoria del Carlin: un volume da non perdere

Alessandro Massobrio

Abelardo è evidentemente un nome che i genovesi di una volta amavano imporre ai propri discendenti ma che questi stessi discendenti non amavano portare. È un nome medioevale, pesante, che richiama gli spiacevoli inconvenienti di un filosofo che fu sorpreso da un padre nel letto della propria figlia e ne fu debitamente punito. Avevo un insegnante di filosofia che si chiamava così e che preferiva farsi chiamare anonimamente Dino. Quanto a Borzini, evidentemente, quel Dino non gli andava proprio a genio e così decise di amputare il nome di tutto tranne che della testa. Finendo di così di limitarsi a quell'A. che in me ha sempre creato un senso di mistero e di aspettativa.
Lo ha creato sin dal primo giorno in cui ho fatto conoscenza con lo scrittore e poeta, un lontanissimo giorno sul finire degli anni Sessanta, quando ancora frequentavo il liceo ed avevo la testa piena dei faleci di Catullo e delle strofe di Anacreonte. Scrivevo poesie con scarsissimo successo di pubblico e di critica. Compresa quella della mia insegnante di lettere, che spesso e volentieri gratificava i miei temi con una pesante insufficienza.
Non fu così con Borzini. Introdotto alla sua presenza grazie ad una conoscente di mia madre, gli mostrai esitante i miei versi e lui, dopo averli letti e riletti, ne trasse tre smilzi componimenti, che finirono sulla rivista che dirigeva a quel tempo e che si chiamava, se non sbaglio, Realismo ligure. Un trionfo incredibile, che mi infuse nelle vene un indomito coraggio per il domani. Oltretutto, ebbi con il poeta una lunga conversazione sull'intero scibile umano, scoprendo con mal celata meraviglia che colui con cui chiacchieravo aveva conosciuto Gabriele D'Annunzio ed era un incondizionato ammiratore dell'Immaginifico.
Rileggendo oggi questa operetta, che a loro perpetuo merito i Fratelli Frilli hanno ristampato, mi rendo conto di quanto profonda sia stata questa affinità. Borzini era dannunziano, così come era, in fondo, marinista. E con il termine marinista intendo discepolo ed interprete di quel sensismo mediterraneo, fatto di percezioni tattili, visive, uditive, alle quali Gianbattista Marino, poeta principe del barocco nostrano, aveva dato corpo ed anima.
Il vagabondare di Borzini per le osterie genovesi - dal Bay di Quarto sino a Coronata, dal Reatin, famoso per le sue lumache, al Carlin dal pugno proibito che teneva trattoria vicino alla Madonna delle Grazie - è in fondo una immersione in un mondo di colori e di odori, di percezioni tattili e di percezioni uditive, che, per il miracolo della sinestesia, finiscono per confondersi e sovrapporsi. Fornendo di un fritto misto il senso pittorico di uno scorcio di mare e scogli dove sirene e tritoni si immergono e riemergono, facendo per un attimo lampeggiare sotto il sole le scaglie della loro coda di pesce. E trasformando un profumo, un sentore di un angolo di Liguria in una presenza fisica, quasi tangibile, che in punta di piedi si accosti al viandante per raccontargli le meraviglie di un Oriente, da cui il libeccio l'ha trascinata via a forza.
Il fatto è che Remo A. Borzini possiede, nonostante le reiterate attestazioni di fede cattolica, apostolica, romana, l'animus di un antico pagano, sensibilissimo alle forze invisibili della natura. Il suo animismo vivifica il mondo, fa parlare fiumi, interroga ed ottiene risposta dai perimetri più oscuri e dimenticati della sua città, ascolta la voce del mare, ottiene dal cielo e dalle nuvole preziose informazioni.
E quando ne vuole sapere di più, quando la conoscenza deve diventare, per così dire, più carnalmente concreta, finisce per masticare ed inghiottire il suo interlocutore. Le descrizioni di certi piatti, la descrizione di certi vini che quei piatti devono accompagnare, la descrizione infine di certi ambienti che piatti e vini devono obbligatoriamente circoscrivere, è di una felicità densa e gonfia. In qualche modo, ridondante - non temiamo di ripeterci - come una tela barocca. Perché non si può leggere queste pagine senza andare con il pensiero alle nature morte caravaggesche o rembrandtiane, dove spesso l'ombra la dice più lunga della luce. Così come il silenzio si rivela spesso più eloquente della parola.
Remo A. Borzini, Osterie genovesi, Fratelli Frilli Editori, Genova 2005, pag. 105, euro 11.