Ottantamila i cristiani rinchiusi nei gulag del tiranno comunista

Una rete clandestina di missionari aiuta i perseguitati a fuggire verso la Cina o il Vietnam e a chiedere asilo. Dal 1953 sono scomparse 300mila persone

Fausto Biloslavo

Une rete clandestina cristiana aiuta i profughi della Corea del Nord a fuggire dall’inferno stalinista, dove dal 1953 sono scomparsi per le persecuzioni del regime 300mila cristiani. Non solo: secondo i dati pubblicati nei volumi annuali di denuncia di «Aiuto alla chiesa che soffre», sarebbero almeno 80mila i nordcoreani rinchiusi in veri e propri gulag, costretti al lavoro forzato, malnutriti e sottoposti a violenze e vessazioni.
La rete clandestina cristiana che favorisce la fuga dei sudditi di Kim Jong Il, il dittatore di Pyongyang, è composta soprattutto da missionari protestanti della Corea del Sud, che riescono ad ottenere il permesso di stabilirsi in Cina. «Si sistemano lungo il confine con la Corea del Nord e mascherano il loro proselitismo e l’aiuto ai fuggiaschi con attività commerciali o imprenditoriali a cui i cinesi sono sensibili», spiega al Giornale padre Bernardo Cervellera, direttore di Asia News, agenzia stampa del Pontificio istituto delle missioni estere (Pime). La rete aiuta segretamente i profughi trovando opportuni varchi lungo il confine e aiutandoli economicamente.
«L’aspetto più tremendo è che da un paio d’anni la Cina sta facendo di tutto per bloccare i profughi ­ conferma Cervellera ­. Pechino è condizionata dalla follia del regime nordcoreano e li considera clandestini». In pratica le autorità cinesi danno la caccia ai fuggiaschi per rimpatriarli con la forza e pagano una rete di informatori contrastare i missionari cristiani che aiutano i poveri nordcoreani alla ricerca della libertà. Chi è rimpatriato viene condannato a pene variabili fra i tre e i 10 anni di lager. Ultimamente una settantina di fuggiaschi riacciuffati sarebbero stati addirittura messi a morte, alcuni di loro pubblicamente per dare l’esempio e scoraggiare gli altri.
Si calcola che in Cina siano almeno 400mila i profughi nordcoreani. Secondo Asia News, molti vengono nascosti, i più giovani adottati da famiglie cinesi, poi si convertono al cristianesimo. La corsa verso la libertà non finisce con il passaggio del confine. I profughi vengono accompagnati a piccoli gruppi verso Pechino, dove organizzano dei pacifici blitz nel quartiere delle ambasciate e dei consolati con l’obiettivo di entrare in una rappresentanza diplomatica straniera per chiedere asilo politico.
«L’ambasciata più interessata da questo fenomeno è quella della Corea del Sud, ma i profughi sono entrati anche in quelle canadese, giapponese e britannica», osserva padre Cervellera, che ieri era a Trieste per una conferenza su «Cina: i mercati, i diritti, il ritorno di Dio». Non a caso la polizia cinese ha irrigidito la sicurezza intorno alle ambasciate occidentali, e a volte i poveri fuggiaschi sono stati arrestati mentre cercavano di scavalcare il cancello di una rappresentanza diplomatica. Il giornale inglese Sunday Times, in un servizio dalla Corea del Nord dello scorso anno, aveva citato una testimone che sosteneva: «Tutti sanno che c’è un sistema per fuggire grazie a una rete cristiana che ti aiuta a entrare nelle ambasciate a Pechino o a fuggire in Vietnam».
L’opera clandestina dei missionari non è esente da gravi pericoli. Sei anni fa agenti nordcoreani hanno rapito nella città di confine cinese di Yanji il missionario sudcoreano Kim Dong-shik, e ancora oggi, nonostante le reiterate richieste del governo di Seul, nessuno conosce la sua sorte. Il 6 aprile scorso Asia News lanciò la notizia che 14 missionari sudcoreani, probabilmente coinvolti nell’aiuto ai fuggiaschi del regime di Pyongyang, erano spariti in Cina.
«Nella Corea del Nord non esiste alcuna religione se non il culto della personalità di Kim Il Sung e di suo figlio Kim Jong Il (attualmente al potere, ndr), simile a quello cinese ai tempi di Mao», spiega Cervellera.
Nei gulag nordcoreani se scoprono che sei cristiano ti bastonano ancora di più. Il missionario del Pime ricorda la testimonianza di una giovane in attesa di un figlio: «La riempivano di calci sulla pancia, accanendosi su di lei perché cristiana».