Dalla padella nera di Bottai alla brace rossa di Gramsci

Il gerarca fu egemone nel Ventennio, come il Pci nel Dopoguerra. A quando un progetto liberale?

Per valutare la vitalità del saggio di Giordano Bruno Guerri dedicato a Bottai, basta forse tenere conto di un particolare insolito. Il libro ha infatti cambiato titolo per tre volte. Nel 1976 era Giuseppe Bottai, fascista critico (Feltrinelli). Vent’anni dopo diventava Giuseppe Bottai, fascista (Mondadori). Oggi è Giuseppe Bottai (Bompiani) e basta. Cambiamenti che riflettono la progressiva caduta dei tabù storiografici. Nel pieno degli anni Settanta, Bottai, pur essendo l’«uomo migliore del Regime» (copyright Giorgio Bocca), non poteva essere «semplicemente» un fascista. Nel 1996, era evidente a molti, se non a tutti, che Bottai era il migliore ma non l’unico rappresentante di un fascismo diverso da quello dei gerarchi maneggioni e nazisteggianti alla Farinacci. Poteva dunque essere «fascista» senza aggettivi. Oggi, scrive Giordano Bruno Guerri nella lunga introduzione nuova di zecca, «la figura del gerarca, del ministro, dell’intellettuale e dell’uomo ha conquistato una propria immagine che va al di là di qualsiasi definizione». E quindi può restare il solo nome, nudo.
Vitalità, si diceva. Del resto Bottai è il gerarca che negli ultimi anni ha suscitato, direttamente o meno, il maggior numero di polemiche. Per la capacità di attrarre nell’orbita del regime intellettuali di ogni tipo, inclusi quelli in odore di antifascismo, chiamandoli a collaborare a riviste quali Primato. Ma anche per lo zelo, in apparenza inspiegabile, col quale applicò le leggi razziali, nonostante l’antisemitismo fosse «culturalmente lontano» dalle sue concezioni (a riguardo si può leggere il recente Il fascismo e la razza di Giorgio Israel, edito dal Mulino).
Giordano Bruno Guerri tiene fermi alcuni punti intorno ai quali ruota la sua analisi. Bottai, innanzi tutto, fu militante fascista tenace fino all’ultimo. Ed ebbe sempre posizioni rivoluzionarie rispetto al cosiddetto Fascismo-Regime: la sua bussola era il corporativismo, la terza via fra capitalismo e comunismo, fra democrazie e dittature. E, soprattutto, il modo migliore per spingere le masse a sentirsi parte di una struttura collettiva, lo Stato, garante dei valori e della tradizione umanistica. «Si fece tutto il contrario», annoterà nel 1949 in Vent’anni e un giorno.
Dal 1936, ministro dell’Educazione nazionale, si dedica integralmente alla cultura. L’ideale di Bottai è «l’intellettuale cittadino, partecipe attivamente del proprio tempo». Demitizzò quindi «il sapere super partes, la cultura per la cultura, mentre lo studio, quello non asettico o puramente accademico, non poteva che andare a braccetto con la politica». L’obiettivo, scrive Bottai stesso, «è trovare nel Regime, anche per la cultura un sufficiente rapporto di libertà-organizzazione». L’adesione al Fascismo non deve essere coercitiva e deve essere critica: la vitalità della cultura nasce dalla conciliazione tra le esigenze «individuali» degli intellettuali con quelle «collettive e collettivistiche» dello «Stato moderno». Guerri istituisce un parallelismo con Antonio Gramsci, il quale «negli stessi anni seguiva (dal carcere) percorsi intellettuali paralleli, sia pure con mete e indirizzi assai diversi». Come il Partito comunista nel dopoguerra, Bottai nel Ventennio avrà una presa egemonica sul mondo della cultura. A differenza del Pci, però, saprà attrarre e valorizzare la fronda e i riluttanti attraverso le sue riviste. Certo, il suo progetto «attribuiva agli intellettuali spazi di emancipazione» ma «puntava a portarli in una dimensione più coscientemente e attivamente fascista». Senza però richiedere l’adesione forzata. Semmai con qualche lusinga, anche materiale. Nel complesso vi fu un’imponente operazione di valorizzazione del lavoro intellettuale, cui toccò un attento riconoscimento economico e sociale. Era strumentale? Sì. Funzionò? Sì. Bottai aveva qualcosa di liberale, come qualcuno ha scritto? Per niente, sostiene Guerri. Rimase convinto che la fine del fascismo fosse stata un fallimento di persone e non di ideali.
A questo punto, il saggio costringe a interrogarsi: i due grandi progetti italiani furono sotto le insegne del totalitarismo, quello comunista, e della dittatura, quello fascista. L’Italia di Giolitti, nota ancora Guerri, brillò per la sua assenza nel campo della politica culturale. E forse questa costatazione vale anche per i decenni seguiti alla Seconda guerra mondiale. Dopo quello fascista e quello comunista, non sarebbe ora di varare un nuovo progetto, liberale questa volta?