Il Paese dei liberi

Perché occuparsi della nascita del 300milionesimo americano che avverrà proprio mentre state leggendo il Giornale? Il fatto è che l'evento non è soltanto un caso statistico della più ricca e potente nazione del mondo. È anche l'occasione per riflettere sul modello americano e sulle ragioni che hanno portato gli Stati Uniti a tanto successo. Tutti riconoscono che il Novecento è stato il «secolo americano», ed è probabile che anche il Duemila sarà segnato dalla stessa impronta.
La crescita demografica degli Stati Uniti segue una tendenza eccezionale. Alla nascita, nel 1776, la nuova nazione contava tre milioni di abitanti per il 90% bianchi ed anglo-sassoni e per il 10% neri in stato di schiavitù. Furono necessari cent'anni perché la popolazione toccasse, nel 1880, i 50 milioni per balzare quindi nel 1920 ad oltre 100 milioni. Nel 1967 furono raggiunti i 200 milioni di abitanti ed oggi, dopo quarant'anni, è stata raggiunta quota 300 milioni. Ma le nude cifre non significherebbero granché se non si considerasse che i forti aumenti di popolazione sono sempre derivati non da incrementi naturali ma da massicce correnti migratorie affluite in terra americana.
Tra il 1880 e il 1920 entrarono negli Stati Uniti 40 milioni di immigrati, in gran parte provenienti dall'Europa tra cui moltissimi dall'Italia. Fu quello il periodo del più straordinario sviluppo economico che abbia conosciuto una nazione moderna. L'altro decisivo salto di popolazione si è verificato dalla metà degli anni Sessanta con il massiccio afflusso di latinos provenienti soprattutto dal Messico. Gli ispanici, che nel 1967 costituivano il 6,5% della popolazione, sono oggi oltre 60 milioni e costituiscono il gruppo etnico più numeroso (20,5%), in gran parte concentrato negli Stati del Sud-Ovest, a cominciare dalla ricchissima California oltre che a New York.
È proprio questa capacità unica degli Stati Uniti di attrarre, accogliere ed integrare come cittadini americani grandi masse di immigrati provenienti da tutti i continenti che ha rappresentato uno dei pilastri del miracolo americano. Quanti continuano a sostenere pregiudizialmente che i Wasp (White Anglo-Saxons Protestants) controllano il Paese, dovrebbero riflettere sul fatto che non si conosce altro Paese in cui l'originario gruppo dominante abbia accettato di divenire minoranza favorendo l'integrazione dei diversi - etnici, religiosi, culturali - a vantaggio dello sviluppo del Paese. I bianchi (Wasp e non-Wasp), che nel 1915 rappresentavano l'88% della popolazione con il restante 10,7% di neri, sono scesi al 76,6% nel 1967, ed a quasi la metà dei cittadini statunitensi al giorno d'oggi. Ciò significa che ci si trova di fronte a una comunità nazionale multirazziale, multiculturale e multireligiosa, per di più senza significativi conflitti etnici e di religione, che non ha eguali altrove.
I molti antiamericani che pontificano sulla mancanza di democrazia e sul potere classista che dominerebbe oltreoceano, dovrebbero spiegare come mai la Repubblica stellata continua ad esercitare una fortissima attrazione sulle popolazioni di tutto il mondo - asiatiche, africane, latinoamericane ed anche europee - non solo tra le fasce economicamente e socialmente più basse ma anche tra gli strati intellettualmente e scientificamente più qualificati. Evidentemente le libertà e le opportunità offerte dagli Stati Uniti sono abbastanza uniche.
La nazione che con 300 milioni di abitanti si pone oggi al terzo posto nella popolazione mondiale dietro Cina ed India, non raggiunge soltanto un traguardo quantitativo. Si presenta, almeno per il momento, come un modello di società e di Stato con capacità di attrazione verso grandi masse di popolazione mondiale a cui promette benessere individuale e opportunità esistenziali. È questo il modello che poggia sulla democrazia politica, la libertà individuale e l'economia di mercato, e che ha dato vita a quella particolare società aperta che permette a ciascun individuo, indipendentemente dalla condizione di nascita, una straordinaria mobilità economica e sociale. Tutto ciò è riflesso anche nel tasso di natalità che colloca gli Stati Uniti al primo posto dei Paesi sviluppati.
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