Attentato Antoci, la Commissione Antimafia: "Lunga lista di anomalie"

"Delle tre ipotesi formulate (un attentato mafioso fallito, un atto puramente dimostrativo, una simulazione) il fallito attentato mafioso con intenzioni stragiste appare la meno plausibile". È questa la conclusione a cui è giunta la Commissione parlamentare regionale antimafia al termine dei cinque mesi di lavoro sul "Caso Antoci"

Caso Antoci, capitolo due. Sull'attentato del 18 maggio 2016 all'allora presidente del parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, la commissione Antimafia dell'Assemblea regionale siciliana, "più che esprimere conclusioni certe e definitive", dà atto delle "molte domande rimaste senza risposta, delle contraddizioni emerse e non risolte, delle testimonianze divergenti, delle criticità investigative registrate". E' un passaggio della relazione finale sul caso Antoci appena approvata dalla commissione Antimafia di Palazzo dei Normanni, presieduta da Claudio Fava. "Non è plausibile che quasi tutte le procedure operative per l'equipaggio di una scorta di terzo livello, qual era quella di Antoci, siano state violate (l'auto blindata abbandonata, la personalità scortata esposta al rischio del fuoco nemico, la fuga su un'auto non blindata, l'aver lasciato due agenti sul posto esposti ad una reazione degli aggressori), si legge nella relazione. Non la sola incongruenza per l'Antimafia regionale. Altri dubbi riguardano il fatto che gli attentatori, "almeno tre (a giudicare dalle tre marche di sigarette riscontrate sui mozziconi), presumibilmente tutti armati (non v'è traccia nelle cronache di agguati di stampo mafioso a cui partecipino sicari non armati), non aprano il fuoco sui due poliziotti sopraggiunti al momento dell'attentato". Allo stesso modo "non è plausibile che, sui 35 chilometri di statale a disposizione tra Cesaro e San Fratello, il presunto commando mafioso scelga di organizzare l'attentato proprio a due chilometri dal rifugio della forestale, presidiato anche di notte da personale armato, né è plausibile che gli attentatori non fossero informati su questa circostanza".

C'è una lunga lista di anomalie su cui si sta indagando e che ha sottolineato Bruno Di Marco, ex presidente del Tribunale di Catania. "Nessuno ha preso in considerazione il fatto che l'attentato sia avvenuto su una strada statale, luogo nel quale un attentato necessiterebbe un blocco in entrambe le direzioni. Non sono state allertate immediatamente le centrali operative in modo tale che mettessero in moto misure attive per intercettare gli attentatori come nel caso i posto di blocco. E ancora, le armi usate sono palesemente inidonee per la blindatura dell'autovettura, l'assenza di un fuoco incrociato contro la vettura. La scelta di un momento ed un luogo poco adatti, per il buio e la presenza di assenza di vie di fuga per gli attentatori, di cui per altro la Polizia scientifica non è riuscita ad individuare possibilità modalità di effettiva fuga. La mancata attuazione delle regole d'ingaggio previste da parte degli agenti di scorta, il trasferimento di Antoci dalla vettura blindata per portarlo su una vettura non blindata per altro ferma a decine di metri di distanza; il fatto che gli agenti di scorta vengano lasciati da soli per oltre mezz'ora senza avvisare nessuno della loro esposizione al pericolo, il mancato ritrovamento dei bossoli degli attentatori".

Stamattina il presidente della Commissione parlamentare regionale antimafia Claudio Fava ha tenuto una conferenza stampa per discutere del contenuto della recente relazione sul "caso Antoci" e le reazioni che questa ha suscitato. "La Commissione non ha ricevuto né acquisito alcuna nota anonima ma ha basato il proprio lavoro esclusivamente sugli atti giudiziari ostensibili e messi a disposizione dall'autorità giudiziaria, oltre che sui verbali stenografici delle 23 audizioni svolte - dice Fava -. La Commissione non ha mai affermato che l'ipotesi più plausibile sia quella della messinscena, ma ha sottolineato che quella dell'attentato mafioso a fine stragista è la meno plausibile alla luce dei dati raccolti. In ogni caso tutte le ipotesi, come riportato nella relazione restano in piedi e questa valutazione è del tutto oggettiva legata alla lettura e all'analisi dei fatti e dei documenti. Senza alcun aggettivo né alcun punto esclamativo". Fava ha sottolineato come si sia trattato di un attentato di estrema gravità, che ha avuto un grande risalto anche a livello nazionale; un attentato certamente anomalo, nelle sue modalità se riportato alla "casistica" degli attentati mafiosi".

Chi non ci sta è il diretto interessato. "Rimango basito di come una Commissione, che solo dopo tre anni si occupa di quanto mi è accaduto, possa arrivare addirittura a sminuire il lavoro certosino e meticoloso che per ben due anni la DDA di Messina e le Forze dell'Ordine hanno portato avanti senza sosta, ricostruendo gli accadimenti con tecniche avanzatissime in uso alla Polizia Scientifica di Roma e che oggi rappresentano per l'Italia un fiore all'occhiello. Tali tecniche sono state utilizzati inizialmente per ricostruire due attentati: quello di via d'Amelio e quello perpetrato contro di noi quella notte sui Nebrodi - dice Giuseppe Antoci, ex presidente del Parco dei Nebrodi, in merito alla relazione della commissione anitmafia della Ars -. Di tutto questo la Commissione non ha tenuto conto, al contrario, con mio grande rammarico, ha prestato il fianco, attraverso una relazione ove si evidenziano più tesi, al mascariamento e alla delegittimazione, utilizzando audizioni di soggetti che non citano mai le loro fonti bensì il sentito dire o esposti anonimi che la magistratura, dopo attenta valutazione e trattazione, ha dichiarato essere calunniosi. Senza considerare - continua Antoci - che alcuni dei soggetti auditi hanno in corso procedimenti giudiziari sul piano generale, e in particolare per diffamazione sull'accaduto, o procedimenti passati, conclusi con la penale affermazione del reato di falso".