Mafia, colpo al clan di Belmonte Mezzagno: arrestato il nuovo boss

Due fermi e due arresti sono stati eseguiti dai carabinieri contro il clan mafioso di Belmonte Mezzagno. Tra i fermati c'è anche il presunto nuovo capo della famiglia mafiosa

Arrestato il nuovo capo della famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno, Salvatore Francesco Tumminia. Il boss era da poco toranto in libertà dopo essere stato condannato per associazione mafiosa a seguito dell'operazione Perseo del dicembre 2008.

La direzione distrettuale antimafia di Palermo ha emesso un fermo di indiziato di delitto nei confronti di 2 persone ritenute responsabili di associazione mafiosa, che i carabinieri del comando provinciale, hanno arrestato nel corso della notte. Contemporaneamente i militari hanno eseguito una ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip del tribunale di Palermo, nei confronti di altre 2 persone, già sottoposte agli arresti domiciliari, ritenute responsabili di estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Le indagini hanno documentato gli assetti e le dinamiche criminali della famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno all’indomani dell’Operazione Cupola 2.0 (4 dicembre 2018), a seguito della quale erano stati arrestati, tra gli altri, gli uomini d’onore al vertice del mandamento mafioso di Misilmeri – Belmonte Mezzagno. Immediatamente dopo l’operazione, a Belmonte Mezzagno, furono registrate fibrillazioni che, nel corso del 2019, sfociarono in gravi fatti di sangue: il 10 ottobre 2019, Vincenzo Greco, pregiudicato, rimase vittima di un agguato in tipico stile mafioso mentre rincasava dal lavoro nei campi; l’8 maggio 2019, il commercialista Antonio Di Liberto, poco dopo essere uscito di casa a bordo della propria auto, venne freddato da una scarica di proiettili; il 2 dicembre scorso, due sicari, a bordo di uno scooter e travisati da caschi integrali, noncuranti della presenza di numerosissimi passanti e approfittando del traffico in una via del centro di Belmonte Mezzagno, raggiunsero l’auto sulla quale viaggiava Giuseppe Benigno, sparando ben 9 colpi d’arma da fuoco. Per un caso fortuito, l’imprenditore, fu colpito non in modo grave alle spalla, e nonostante le ferite, riuscì a guidare la propria auto fino a raggiungere il pronto soccorso dell’Ospedale Civico di Palermo.

"É evidente - spiegano dal Comando - che l’arresto e la successiva decisione di collaborare con la giustizia di Filippo Bisconti, all’epoca capo del man​damento, avessero provocato delle forti ripercussioni". Le indagini, che erano state focalizzate sul territorio belmontese già all’indomani dell’omicidio di Vincenzo Greco, hanno consentito, in tempi brevi, di ricostruire parte dell’organigramma della famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno individuando l’uomo che ne aveva assunto il vertice: Salvatore Francesco Tumminia. Dalle indagini è emerso come Tumminia avesse accentrato il potere nelle proprie mani gestendo il settore delle estorsioni, infiltrandosi nelle istituzioni sane della città e ponendosi quale punto di riferimento per i propri sodali e per i propri concittadini per la risoluzione delle problematiche più svariate.

Tra le persone arrestate, anche Giuseppe Benigno, il quale, nei giorni successivi lo scampato omicidio, si era dato alla fuga trovando rifugio presso alcuni parenti a Piubega, comune in provincia di Mantova, dove è stato arrestato. Le indagini hanno documentato come Benigno fosse un soggetto intraneo alla famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno che operava in contatto con i vertici del mandamento e della famiglia mafiosa facente capo a Salvatore Francesco Tumminia (e, prima dell’operazione Cupola 2.0, con Filippo Bisconti) agevolando la commissione dei reati fine dell’associazione quali le estorsioni, coadiuvando i sodali nel controllo del territorio, agevolando i contatti e gli incontri con gli appartenenti alle varie famiglie mafiose, nonché inserendosi nella risoluzione delle problematiche interne all’associazione.

Le indagini hanno fatto emergere come Tumminia riusciva anche a esercitare il suo potere di condizionamento anche sul locale distaccamento del Dipartimento regionale sviluppo rurale e rerritoriale. Il boss disponeva autonomamente i turni degli operai stagionali e organizzava a piacimento le squadre di lavoro, favorendo i dipendenti a lui vicini. "L’ingerenza - aggiungono dal Comando - era tale che nel paese si era diffusa la convinzione che l’unico modo per ottenere un contratto stagionale fosse quello di parlarne direttamente con Tumminia, il quale si faceva vanto delle minacce fatte nei confronti dei dirigenti dell’ufficio locale non collaborativi".