Le palestre della MENTE

La società moderna ha sviluppato attraverso lo sport e ogni sorta di apparecchi di educazione fisica sistemi per sviluppare i muscoli e mantenere giovane il corpo. Perché lo stesso non è avvenuto per il mantenimento in buona forma del più prezioso organo che possediamo, il cervello?
Per trovare una risposta a questa domanda sono occorsi al prof. Shlomo Breznitz, psicologo di notorietà internazionale, ex rettore dell’Università di Haifa ed ex deputato al Parlamento israeliano, più di 20 anni di lavoro.
Lo incontro al secondo piano della società di mental training CogniFit da lui fondata. È uno degli incubatori tecnologici che hanno trasformato la cittadina di Yokneam, alle falde del Carmelo, in quella Silicon Valley israeliana che contribuisce al 41% del prodotto nazionale e reso il Paese la sola «tigre» economica del Medio Oriente. Vi lavorano 40 giovani ricercatori, molti immigrati dalla Russia.
«Come spesso avviene - mi dice questo scienziato che porta i suoi 71 anni con l’agilità fisica di un cinquantenne e intellettuale di un ventenne - sono entrato nel campo dell’industria high tech per caso». Negli anni ’80 si interessava alle tecniche di introduzione di materiale radioattivo nella circolazione sanguigna. Si era reso conto del fatto che portare sangue radioattivo alle cellule per scoprire disfunzioni del corpo non era differente dal portare sangue più ossigenato ai muscoli, attraverso l’allenamento fisico. Per trasformare questa osservazione in un sistema di allenamento cerebrale e in un prodotto capace di imporsi sul mercato ci sono voluti più di 20 anni di ricerche nei misteri del cervello, un organo, dice Breznitz, ancora tutto da scoprire. Ci voleva però anche la curiosità di uno scienziato scampato da bambino allo sterminio nazista grazie alla sua prodigiosa memoria (una vicenda incredibile e commovente raccontata in un libro di memorie tradotto anche in italiano, I campi della memoria, Garzanti, 1992) e alla sua passione per il gioco degli scacchi.
È proprio dal gioco degli scacchi che ha tratto alcune delle idee che ha concretizzato in un sistema di allenamento computerizzato del cervello che ha fatto la fortuna della società CogniFit, oggi leader mondiale nel campo della lotta contro l’invecchiamento cognitivo e anche di prevenzione per molte malattie mentali legate all’invecchiamento.
Cosa insegnano gli sacchi? Insegnano che nel tentativo di costruire dei robot capaci di battere lo scacchista si sono sviluppati due approcci. Il primo è quello che cerca di costruire delle macchine che simulano il pensiero logico dell’uomo. Il secondo, non meno efficace, è quello che accumula nella memoria del robot tutte le possibili soluzioni - vincenti, perdenti o terminate alla pari - di partite conosciute. In questo caso, la macchina trae dalla sua memoria «accumulata» la soluzione nota che appare la più adeguata allo «stimolo». Questo secondo approccio è più vicino al funzionamento del cervello perché si fonda sul principio dell’ozio. Il robot, come il cervello, non si sforza a cercare soluzioni nuove ma sceglie l’apparentemente migliore fra quelle che gli offre la memoria. Quando qualcuno afferma di tenersi intellettualmente in forma con normali attività di vita o di lavoro, si illude perché usa cellule mentali vecchie, non nuove. Per molto tempo si era creduto che le cellule celebrali fossero le uniche incapaci di riprodursi, per cui sembrava impossibile «ringiovanire» il cervello. Oggi si sa che non è così. Nasciamo con un patrimonio di circa 10 miliardi di cellule cerebrali, il che spiega come il cervello possa funzionare anche perdendo, a partire dai 40 anni, 100mila cellule al giorno. Il trucco nella lotta contro l’invecchiamento cerebrale consiste non solo nel conservare questo stock di cellule vive più a lungo possibile, ma nell’aiutare a crearne di nuove. Gerald Edelman, premio Nobel dell’Università Rockefeller di New York - dove Breznitz ha lavorato per due anni -, ha scoperto che una cellula cerebrale viva può sviluppare sino a 30mila collegamenti con altre cellule. Se cessa di operare non solo muore, ma muore la rete dei suoi collegamenti. Di conseguenza più ci sono cellule vive, maggiore è la salute intellettuale.
Per inciso - mi spiega il professore - una conferma del comportamento delle cellule cerebrali è data dagli studi sulle cellule cerebrali nel feto. Per quanto non sia impegnato in forti attività cerebrali nel grembo materno, esso possiede un numero di cellule cerebrali superiore ai 10 miliardi. Perde l’eccesso con la nascita, a seguito, per così dire, di una lotta prenatale fra le cellule che lascia in attività post-natale, quelle dotate di maggior potenziale. Fenomeno a cui Edelman ha dato il nome significativo di «neuro darwinismo». La scoperta del fattore chiamato Ngf (fattore di crescita neuronale) ha messo in evidenza l’esistenza di un sistema cerebrale che mira a mantenere i neuroni sani e attivi. È un sistema di «manutenzione» importante soprattutto per le cellule vecchie perché la secrezione chimica dell’Ngf si rivela tanto maggiore quanto più intenso è l’impegno intellettuale. Non solo. L’ippocampo, quella parte del cervello che produce cellule staminali, non solo le produce ma le spinge a «migrare» verso le zone cerebrali che hanno più bisogno di «manutenzione». Quando arrivano nella regione «depressa» si articolano a seconda della funzione richiesta imparando dalle cellule più anziane i loro nuovi compiti.
Naturalmente esistono molti metodi per stimolare la mente: lettura, studio di nuove lingue, bridge, parole crociate, lavori manuali, pittura, scultura, musica. Ma oltre al fatto che spesso si tratta di impegni seguiti in maniera irregolare, questi metodi si fondano su abitudini mentali acquisite, automatiche.
Le abitudini e l’automatismo hanno però il loro prezzo. Non comportano sviluppo di nuove cellule né della loro «manutenzione», come invece succede ai muscoli del corpo quando sono sottoposti allo sforzo dello sport e della ginnastica. È ciò che il programma sviluppato dalla CogniFit mira a fare: incentivare l’azione cellulare calibrandola sui bisogni di ciascun individuo grazie a un software, chiamato Mind Fit. Patentato, messo sul mercato americano al prezzo di 130 dollari per kit, include un ampio ventaglio di funzioni: visuali, di stima del tempo e delle distanze, di ricordo dei nomi, di pianificazione, di coordinamento motorio. Non richiede conoscenza del computer e si fonda su un data base di oltre 100mila casi che permettono di personalizzare il programma.
Poiché le statistiche dimostrano che nei due primi anni dalla patente c’è un 20% in più di incidenti stradali (è il periodo normale richiesto dal cervello per coordinare reazioni automatiche con l’apparato visivo) era naturale che il primo importante cliente della CogniFit (cognifit.com) fosse una grande scuola di guida britannica e che le società di assicurazioni si interessassero a questo allenamento cerebrale. Il CogniFit training ha inoltre sviluppato un programma per incrementare la concentrazione che è stato subito comperato dalla Corea del Sud per l’uso nelle scuole elementari.
Shlomo Breznitz naturalmente parla solo di processi cellulari, non di processi trascendentali. Per questo quando gli chiedo se il suo programma potrebbe aiutarmi a sormontare i problemi di concentrazione mentale che incontro troppo spesso nella mia meditazione mattutina, mi risponde regalandomi il kit che la sua società produce.
«Provalo» mi dice sorridendo sornionamente.