Da Pammatone a San Martino: la cittadella della salute nei secoli

Giovanni Regesta e Mario Paternostro raccontano il più grande ospedale regionale

Alessandro Massobrio

L'illustrazione cinquecentesca di Andrea della Croce, che aveva lo scopo di descrivere le fasi di un intervento operatorio nel trattato Della Cirugia, ci mostra una situazione in cui le probabilità di setticemia - e quindi di morte - dovevano per i pazienti giungere a dimensioni cosmiche. Mentre il chirurgo pratica una trapanazione del cranio all'infermo che giace prono sotto di lui, un cane ed un sorcio scorrazzano indisturbati nei pressi del lettino (si fa per dire), operatorio. Il tutto sotto gli sguardi interrogativi di un bimbetto che medita forse in un prossimo domani di intraprendere l'arte dell'archiatra.
Una scena paradossale ai nostri occhi, anche perché, poche pagine prima i curatori del volume, Giovanni Regesta, primario a San Martino di neurologia e Mario Paternostro, direttore di Primo Canale, hanno collocato un'altra immagine, una foto, questa, del 1957: una sala operatoria moderna, tra infermiere in candidi paludamenti la cui immagine si riflette su un pavimento di graniglia lucido di cera.
La storia della cittadella della salute sta tutta qui, tra queste due immagini solo in apparenza contraddittorie e lontane. Dal momento che, a parte la inevitabile evoluzione delle strutture tecniche messe a disposizione degli operatori del settore, lo spirito è rimasto lo stesso. Quello di portare aiuto e sollievo a chi soffre, facendo appello ad una tradizione consolidata come è quella di una città come Genova, che da sempre - intendiamo dai tempi della Repubblica aristocratica - si è segnalata come capitale di quella che un tempo si chiamava caritas ed oggi più laicamente solidarietà.
Questi atti del convegno, svoltosi nel 2003, per celebrare il cinquantenario del Collegio dei Primari dell'Azienda Ospedaliera Universitaria della nostra città, a parte una aulica secchezza di impianto, tipica di certo linguaggio accademico, che guarda dall'alto al basso il problema della comunicazione e divulgazione del messaggio, possiedono comunque il merito di tracciare, innanzi ai nostri occhi, un vasto affresco sullo sviluppo ed i rapporti, attraverso il tempo, delle due città: quella medico - universitaria e quella civile. Rapporti complementari ma non sempre pacifici, separati spesso soltanto da un muro di cinta eppure contenuti nel medesimo perimetro storico e geografico.
In primo luogo, occorre far riferimento a quella scienza ostica ma indispensabile per comprendere lo sviluppo delle vicende umane che è la genealogia. E tale scienza attesta senza possibili dubbi che l'attuale San Martino altri non è se non il figlio legittimo del più antico Pammatone. Prodotto di quell'interesse per l'uomo ed i suoi problemi, che fu il frutto più nobile dell'umanesimo cristiano. Pammatone nasceva, infatti, nel 1423 per opera di quel Bartolomeo Bosco, che ebbe il merito di riprendere e diffondere anche tra i laici illuminati quello spirito di servizio che sino allora era stato monopolio esclusivo delle strutture ecclesiatiche.
Qualche anno più tardi - nel 1499 - Ettore Vernazza, colui del quale si è iniziata a livello diocesano la causa di beatificazione, dava origine al Reductus incurabilium, meglio conosciuto come ospedaletto o ospedale degli incurabili. In altri termini, un oasi caritativa dove il discepolo prediletto di Caterina Fieschi Adorno ebbe modo di fornire prodigi di carità e dedizione al prossimo, prodigandosi intorno ai reietti dell'epoca, quei malati di sifilide, il morbo gallico, che risultavano irraggiungibili da parte delle tecniche terapeutiche del tempo.
Pammatone e l'ospedaletto furono comunque già da subito sede universitaria. Possediamo infatti la documentazione non soltanto dell'esistenza di un Collegio di medici e fisici, sorta di commissione corporativa istituita allo scopo di selezionare coloro che intendessero dedicarsi specificamente all'arte terapeutica, ma, poco dopo la morte del Vernazza, ritroviamo nel suo testamento, il celebre Instrumentum locorum, un paragrafo interamente dedicato alla creazione di una cattedra di medicina, attraverso la quale perfezionare e curare la formazione di una categoria di medici professionisti.
L'esistenza di Pammatone non poteva comunque sfuggire alla legge inesorabile del tempo, vale a dire quella dell'entropia. Nel giro di tre secoli le strutture del grande nosocomio, che il Bosco aveva voluto edificare presso i bastioni dell'Acquassola, in zona un poco periferica rispetto al centro cittadino, cominciarono a divenire obsolete. All'inizio del Novecento - precisamente il 31 gennaio del 1901 - il problema approda in consiglio comunale e subito divampa la polemica sull'ubicazione, tra Sturla, Marassi e S. Martino d'Albaro. Che si rivelerà poi l'opzione vincente.
In realtà nel verde della macchia boschiva pedemontana il nuova grande ospedale, concepito dall'ingegner Giuseppe Celle a padiglioni, secondo un orientamento fin de siècle molto diffuso in quel periodo in Italia ma soprattutto in Europa - pensiamo soprattutto ad Amburgo e Norimberga - è in grado di offrire ai pazienti quei verdi scenari di pace che senza alcun dubbio possono cooperare al recupero di una salute cagionevole. Visto che il progetto teneva conto di parametri come il «soleggiamento» e l'esposizione ai venti.
Iniziati nel 1907 e terminati nel 1919, i lavori non si interrompono però bruscamente. Nel corso del tempo - vale a dire in varie fasi del ventennio - vengono realizzati nuovi padiglioni, che finiranno per comprendere anche i ruderi del Castello Boccanegra. E siamo così giunti alla realizzazione del monoblocco.
Figlio di una architettura razionalistica, nata e cresciuta sotto l'egida del modernismo fascista ed ereditata, suo malgrado, dalla nuova Italia repubblicana e democratica, il progetto del monoblocco segna anche il momento di maggior impatto a livello di opinione pubblica cittadina dell'amministrazione moderata di Vittorio Pertusio.
Il grande sindaco democristiano, infatti, che fortemente vuole fare di Genova la grande metropoli marittima del nord, affida agli architetti Daneri e Fuselli la realizzazione di una struttura compatta, a cui viene affidato il compito di testimoniare come l'antica Genova dei patrizi benefattori si perpetui nelle strutture ospedaliere di una grande città portuale votata al futuro.
Si è realizzato tutto questo? Sarebbe forse il caso di rispondere utilizzando le parole iniziali di Mario Paternostro: solo se la cittadella della salute «saprà produrre assistenza di altissima specializzazione» la sua funzione diverrà sempre più indispensabile. Il ridursi invece alla semplice emergenza significherà sfiorare ogni giorno il completo collasso.
Giovanni Regesta, Mario Paternostro, Un ospedale, una città. Da Pammatone a San Martino, De Ferrari, Genova 2005, pag. 191, euro 26,00.