Pandolfo, l’ingegnere col profilo d’alluminio

Ex consulente finanziario, l’attuale numero uno ha creato a Belluno l’impianto più moderno d’Europa

Comprano billette di alluminio, cioè semilavorati siderurgici di forma cilindrica, per lo più dai norvegesi, considerati i migliori produttori al mondo. E le trasformano in profili di alluminio attraverso un processo di estrusione. Molto più semplicemente, le billette vengono riscaldate, quindi sono spinte con un pistone in una specie di pastamatic, chiamiamola così, da cui escono i profili. Ovvero le sagome di alluminio chieste dai clienti. Anzi, il più delle volte queste sagome sono prodotti quasi finiti dopo essere stati sottoposti alle fasi di ossidazione e verniciatura e quindi pronti per l'assemblaggio degli ultimi componenti. Le pulsantiere per i campanelli, ad esempio: profili rettangolari a cui vanno aggiunti solo i pulsanti. Oppure le sagome utilizzate come porte e finestre o per l'apertura e chiusura dei cancelli automatici. Insomma, una gamma molto vasta d'applicazioni, dall'industria meccanica a quella elettrica ed elettronica, dai trasporti all’arredamento e all'edilizia.
Maxi produzione. Ebbene, tutti questi profili, che possono essere di piccole, medie e grandi dimensioni, con pochi grammi di peso ma lunghi anche fino a dodici metri, sono prodotti dalla Pandolfo Alluminio. Qualcosa come 32mila tonnellate all'anno grazie a quattro presse di estrusione con una forza di spinta che va da 1.600 a 3.500 tonnellate. E la Pandolfo Alluminio è leader in Europa nei profili ottenuti con questo processo. Solo che, lavorando per conto terzi, il grande pubblico non sa nemmeno della sua esistenza. E invece i profili della Pandolfo si trovano nei prodotti venduti da settecento clienti tra i quali figurano Bosch (automazione), BTicino (illuminazione), Faac (domotica), Permasteelisa (involucri edilizi), Schiffini (cucine), Schuco International (serramenti), Teuco (arredobagno). Si può dire, spiega Vincenzo Pandolfo, «che ognuno di noi ha questi profili sotto gli occhi senza saperlo».
L’hobby dei tappeti antichi. Capelli a spazzola, fronte ampia, mancino, preciso e single con la passione per le moto ma anche con l'hobby abbastanza curioso di collezionare antichi tappeti caucasici, Vincenzo Pandolfo è originario di Padova, è del 1962 e solo da pochi mesi è l'amministratore delegato dell'azienda fondata nel 1969 dal padre Gianfranco e dallo zio Pierluigi. Nel senso che solo da poco Vincenzo ha la responsabilità totale dell'impresa di famiglia, quartiere generale a Sarmeola, provincia di Padova, e stabilimenti a Lentiai e Feltre, entrambi in provincia di Belluno. Meglio, Vincenzo ha la responsabilità quasi totale in quanto papà Gianfranco, che è del 1936 e ricopre l'incarico di presidente, ha tuttora le deleghe sugli acquisti di materie prime e su una parte degli investimenti produttivi mentre lo zio Pierluigi, che è del 1942, si occupa del settore immobiliare della famiglia Pandolfo. Detta così sembra una tranquilla e sonnacchiosa successione da una generazione all'altra di imprenditori, con il figlio cresciuto sulle orme e all'ombra del padre e poi lasciato parzialmente libero di volare. La realtà è invece diversa in quanto Vincenzo, che ha un carattere forte, come quello del padre, ha preferito imboccare altre strade professionali per evitare collisioni molto possibili. Così Vincenzo, che si considera imprenditore della terza generazione in quanto mette nel conto anche il nonno paterno che aveva il suo stesso nome di battesimo, era nativo di Palermo e poi aveva impiantato prima a Mantova e poi a Padova un magazzino per il commercio di profilati di alluminio, fa lo scientifico Fermi a Padova e quindi si laurea nel 1987, a soli 24 anni, in ingegneria elettronica. Sempre a Padova. Anzi, per quanto sia un mezzo genio in matematica, diventa ingegnere senza amare l'ingegneria. Di fatto quella facoltà gli viene imposta in quanto Vincenzo, che è figlio unico e quindi gli viene detto e ridetto che non è proprio il caso di andare a studiare lontano da casa, avrebbe voluto vivere a Milano e laurearsi alla Bocconi. Invece sceglie ingegneria, ammette, «solo per comodità»: la sede è infatti a Padova. Ma una volta laureato, Vincenzo si prende una specie di rivincita: grazie a una borsa di studio va a studiare per due anni finanza e marketing in California all'Ucla, l'università di Los Angeles. Anche se, a dire il vero, in questa scelta influisce pesantemente una ragazza californiana conosciuta a Padova e che poi diventerà pilota di caccia.
Nel 1990 rientra in Italia e si ferma a Milano. Lavora in una società di consulenza, la Arthur D. Little, e quando tre anni più tardi nasce su iniziativa di Rossi Cairo la Value Partners, una sorta di boutique nel mondo del management, lui è della partita. Anzi, dei tredici componenti iniziali lui è l'unico a non essere un ex della McKinsey. È un lavoro che gli piace e poi si trova bene a Milano.
La telefonata. Poi nel 1994 il padre gli telefona con questo problema: l'azienda di famiglia, la Pandolfo Alluminio, ha sin dagli anni Settanta la licenza esclusiva per l'Italia della Schuco International, una multinazionale tedesca specializzata nella progettazione di porte, finestre, verande, impianti solari. Ebbene, ora i tedeschi vogliono acquisire la maggioranza della linea commerciale che la Pandolfo ha messo in piedi con il marchio Schuco. Vincenzo prende l'aspettativa dalla Value Partners e in sei mesi porta avanti con i tedeschi le trattative di cessione della rete commerciale. Ed è così abile che alla fine i tedeschi gli chiedono di restare come direttore generale alla guida della filiale italiana. Un ruolo, riconosce, «in completo conflitto di interessi» in quanto lui rappresenta la Schuco che continua ad essere un importante cliente della Pandolfo Alluminio ma nello stesso tempo è azionista con il padre e lo zio della Pandolfo stessa. Così si ritrova a partecipare ai consigli di amministrazione di entrambe le società anche se con ruoli differenti. E il tutto è poi aggravato dalla logistica: le sedi della Pandolfo e della Schuco sono infatti una a fianco dell'altra. Per cui lui può cambiare cappello varcando solo una porta. Ma, riconosce, «questo conflitto di interessi è anche la base del mio successo: alla fine si sono dimostrati tutti soddisfatti».
Rivoluzione tecnologica. Per undici anni, fino alla metà del 2006, Vincenzo Pandolfo rimane alla guida della Schuco. Poi assume la responsabilità della Pandolfo Alluminio che nel frattempo ha avviato a partire dal 2003 un piano di investimenti quinquennale di venti milioni di euro per il completo rinnovamento tecnologico e logistico dello stabilimento di estrusione di Lentiai, nel Bellunese. Oggi quello stabilimento è il più innovativo e moderno d'Europa. Anzi, è l'unico per la soluzione trovata nell'eliminare il grosso problema che tutte le aziende del settore hanno finora avuto: avere spazio in abbondanza, il cosiddetto polmone, in quanto i profili che escono dalle presse possono essere lunghi anche una trentina di metri e non sono prelevati in automatico. La soluzione, che ha spostato la Pandolfo nella fascia alta degli estrusori, è questa: avere sottopalcato il tetto. Risultato: sul pavimento ci sono le presse e sopra di loro, quasi sospesi nel vuoto, viaggiano i profili in maniera completamente automatizzata.
Ora il via alle nuove strategie della Pandolfo, che ha 420 dipendenti, un fatturato di 89 milioni di euro di cui il 30% grazie all’export e non ha debiti: approdare direttamente sul mercato finale, dalle scaffalature per la grande distribuzione ai mobili in alluminio. Ma per fare questo c'è bisogno di acquisire un'azienda e di approdare in Borsa. Quando? Nel 2009 giura Vincenzo Pandolfo.
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