Paolo Boringhieri, l’ultimo pioniere delle scienze umane

Fondò la sua casa editrice nel 1957 e dal 1966 iniziò a pubblicare l’opera completa di Freud

«Trent’anni fa l'editoria culturale consentiva a un uomo come Paolo Boringhieri, profondamente appassionato del suo lavoro e delle sue scelte, di destinare una persona interna alla casa editrice a coordinare, rivedere, tradurre, annotare, curare le opere di Freud. Ho lavorato per sei anni consecutivi a questa edizione, senza occuparmi di nient'altro. Oggi una casa editrice non potrebbe più permettersi una cosa del genere». Così in un’intervista di qualche anno fa Renata Colorni, oggi direttrice dei Meridiani, ricordava una delle pionieristiche imprese editoriali di Paolo Boringhieri: la traduzione delle opere complete di Sigmund Freud.
Quando la Colorni arrivò alla Boringhieri, nel 1973, ad ambizioso progetto iniziato dal 1966 con L’interpretazione dei sogni, la Boringhieri - fondata nell’aprile del 1957 - era già nota per offrire spesso la prima traduzione italiana di opere capitali. Formatosi all’Einaudi, dove entrò nel 1949 come redattore e uscì come direttore di collana, Boringhieri si mise in proprio rilevando da Einaudi le Edizioni scientifiche, la Biblioteca di cultura economica, la collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici e i Manuali Einaudi.
Ingegnere appassionato di filosofia, nato nel 1921 a Torino, ma con passaporto svizzero perché figlio di un ex console della confederazione elvetica, scelse per l’editrice il simbolo del firmamento e la scritta «celum stellatum», con l’obiettivo di promuovere la scienza accanto alle scienze umane, in un tentativo d’integrazione tra culture tradizionalmente separate di cui in Italia sarebbe stato il principale, e forse unico, portavoce.
Uno dei monumentali progetti originali della casa editrice fu realizzato insieme all’amico filosofo Giorgio Colli: l’Enciclopedia di autori classici, pubblicata dal 1958 al 1965 per offrire al lettore «qualcosa di altrettanto vivo e individuale, che sia di prim’ordine, ossia un “classico”, presentato nelle sue parole autentiche, senza mediazioni». A Colli affidò direzione e stesura - in molti casi - delle introduzioni (uscite postume in raccolta per Adelphi nel 1983, rendono l’idea della singolarità dell’opera) insieme alla redazione di Firenze, che contava tra i collaboratori Mazzino Montinari, Gianfranco Cantelli, Piero Bertolucci. Il lavoro fu serrato: novanta titoli in otto anni, settantasei solo nei primi cinque, per «una strana collana in cui Colli si era proposto di ripubblicare tutti i libri letti da Nietzsche specialmente sotto la suggestione di Schopenhauer. Anche se fosse solo questo, essa ci restituirebbe una fetta rispettabile di cultura ottocentesca» racconta Giuliana Lanata nel testo che accompagna appunto la raccolta delle introduzioni: da Hölderlin a Taine, passando per Chamfort, Vauvenargues, Hume, Voltaire, le Upanishad e Burckhardt.
Le imprese titaniche di Boringhieri furono molte, dai Classici alla Storia della tecnologia, ma quella per cui viene ricordato è ancora la traduzione delle opere di Freud, per cui volle come direttore l’allora massimo esponente della psicoanalisi in Italia, Cesare Musatti, al fine di creare, come scrive in un articolo apparso in Psicoterapia e scienze umane nel 1989, «l’edizione che per decenni potesse costituire il punto di riferimento per gli studiosi italiani».
Fu grazie a quell’opera omnia che si creò nel nostro Paese una terminologia condivisa del linguaggio psicoanalitico freudiano, anche se il lavoro non fu esente da critiche: l’apparente lentezza nelle uscite, dovuta all’esigenza di dare vita ad una vera «traduzione globale», uniformando circa 6000 pagine di un classico della lingua tedesca, originarono scontento da parte dei difensori di «un’editoria più superficiale», scrisse lo stesso Boringhieri, tanto che la casa editrice «fu addirittura accusata» aggiunse, «di ritardare ad arte, per suoi occulti fini, la conoscenza del pensiero di Freud».
A trent’anni dalla fondazione, con ottocento titoli in catalogo, Boringhieri cedette il 90% delle quote nelle mani dell’amica Romilda Bollati, che affidò il ruolo di amministratore delegato al fratello Giulio, anch’egli della scuola einaudiana. Rimase per poco vicepresidente e poi si dedicò alle sue passioni di sempre: viaggi, musica e montagna, in particolare quella della regione svizzera, l’Engadina, cui ha dedicato il suo ultimo scritto, Frammenti di un’ascendenza engadinese, terminato lo scorso giugno per l’Archivio cantonale di Coira.