Il Papa: il Concilio è stato male interpretato

«Il Vaticano II non fu una Costituente, fermiamoci ai testi senza andare oltre giustificando ogni estrosità in nome dello spirito conciliare»

Andrea Tornielli

da Roma

Il Concilio Vaticano II non rappresenta una rottura con il passato della Chiesa e chi ha voluto far prevalere questa idea ha «causato confusione», mentre l’interpretazione del «rinnovamento nella continuità» ha invece portato buoni frutti. È un discorso inaspettato e impegnativo quello che Benedetto XVI ha pronunciato ieri mattina, in occasione degli auguri natalizi alla Curia romana. Papa Ratzinger ha prima ricordato la figura di Wojtyla e la lezione che ha dato alla Chiesa nell’ultimo periodo di sofferenza. Quindi ha espresso la sua gioia per la ripresa della pratica dell’adorazione eucaristica. Infine ha parlato del Concilio, con parole che vorrebbero sancire la fine di due interpretazioni opposte: quella progressista, che richiamandosi allo «spirito del Concilio» ne ha travisato i testi giustificando qualsiasi spinta in avanti, ma anche quella dei lefebvriani, che di fatto considerano il Vaticano II una rottura della tradizione.
Benedetto XVI ha cominciato dai progressisti, spiegando che l’interpretazione della discontinuità «rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio» ma «il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili». Non nei testi, dunque, ma negli slanci in avanti al di là dei testi sarebbe il «vero spirito del Concilio». Un modo, questo, con il quale «si concede spazio ad ogni estrosità». Non è difficile scorgere qui una critica alla scuola bolognese di Giuseppe Alberigo.
«In questo modo - ha continuato Papa Ratzinger - il Concilio viene considerato come una specie di Costituente». Ma i padri conciliari non avevano un tale mandato. A questa «ermeneutica della discontinuità» Benedetto XVI oppone quella della «riforma»: la tradizione immutabile rimane tale ma può essere presentata in modo nuovo e più adeguato al momento presente. «La nuova parola - ha aggiunto il Papa - può maturare soltanto se nasce da una comprensione consapevole della verità espressa» ed esige che la fede sia innanzitutto vissuta.
Ratzinger ha quindi spiegato che una «discontinuità» conciliare c’è stata su aspetti più contingenti, come la riflessione sul rapporto scienza e fede, e il modello di Stato dell’epoca moderna. C’è stata un’evoluzione rispetto a questi temi perché è cambiato il contesto storico. Benedetto XVI si è soffermato particolarmente sulla libertà religiosa, uno degli argomenti più contestati da parte dei tradizionalisti di monsignor Lefebvre, rimasti in questo ancorati all’idea dello Stato confessionale. Ratzinger riconosce che anche su questo possono esserci fraintendimenti: «Se la libertà di religione - dice - viene considerata come espressione dell’incapacità dell’uomo di trovare la verità e di conseguenza diventa canonizzazione del relativismo, allora necessità sociale e storica è elevata in modo improprio a livello metafisico ed è privata del suo vero senso, con la conseguenza di non poter essere accettata da colui che crede che l’uomo è capace di conoscere la verità di Dio». Ma «una cosa completamente diversa è il considerare la libertà di religione come necessità derivante dalla convivenza umana, anzi come una conseguenza intrinseca della verità che non può essere imposta dall’esterno, ma deve essere fatta propria dall’uomo solo mediante il processo di convincimento». Quest’ultima era ed è, per Benedetto XVI, l’interpretazione corretta del decreto sulla libertà religiosa voluto dal Vaticano II: un principio essenziale dello Stato moderno, «in piena sintonia con l’insegnamento di Gesù, come anche con la Chiesa dei martiri». I primi cristiani pregavano per l’imperatore ma si rifiutavano di adorarlo respingendo «con ciò la religione di Stato». I martiri, ha concluso il Papa, sono morti «per la loro fede in Gesù Cristo» e «per la libertà di coscienza e di professione della propria fede». Una fede che va proposta e mai imposta.