Il Papa: «Il marxismo filosofia disumana»

Andrea Tornielli

da Roma

Il cristianesimo non ha distrutto l’eros, non è contro la corporeità, ma è per l’amore vero nel quale «corpo e anima si ritrovano in perfetta armonia». Dio è amore ed è per questo che la carità è un elemento che appartiene all’essenza stessa del cristianesimo. La Chiesa non fa politica, non pretende di interferire nei compiti dello Stato e anche «l’attività caritativa cristiana deve essere indipendente da partiti e ideologie». Ma la Chiesa «non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia». C’è teologia, filosofia ma anche dottrina sociale e politica nella prima enciclica di Benedetto XVI, «Deus caritas est», presentata ieri mattina in Vaticano. Un testo atteso, che si divide in due parti: la prima, più speculativa, è una dissertazione sull’amore. La seconda, più calata nel concreto, spiega come si attua la carità cristiana e come si colloca nel contesto sociale e politico. Ratzinger – e questo è inusuale in un’enciclica – procede rispondendo alle più diverse obiezioni che vengono mosse al cristianesimo. «In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza», parlare dell’amore di Dio, scrive il Papa, «è un messaggio di grande attualità».
Elogio dell’amore
Dopo aver notato che la parola «amore» è oggi una delle più abusate, il Papa ricorda come al concetto di «eros» dei greci, vale a dire l’amore come desiderio ed ebbrezza, il cristianesimo abbia sostituito l’«agape», cioè l’amore come dono di sé. «Il cristianesimo, secondo Friedrich Nietzsche – scrive Ratzinger – avrebbe dato da bere del veleno all’eros... La Chiesa con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita?». Il Papa spiega che non è così. Il cristianesimo non è contro l’eros, è contro lo «stravolgimento distruttore» dell’eros, trasformato in abuso. Oggi «l’eros degradato a puro sesso diventa merce, una semplice “cosa” che si può comprare e vendere, anzi l’uomo stesso diventa merce». La fede cristiana, invece, ha sempre considerato l’uomo come essere nel quale spirito e materia si compenetrano a vicenda. L’agape, l’amore cristiano che si dona, non significa affatto un rifiuto dell’eros e della corporeità. Attraverso la maturazione e la purificazione l’amore «diventa veramente scoperta dell’altro», diventa sì «estasi», ma «non nel senso di un momento di ebbrezza passeggera»: l’io, donando se stesso, protendendosi verso l’altro e cercando la felicità dell’altro, si ritrova e trova Dio. Eros e agape, desiderio e offerta di sé «esigono di non essere mai separati completamente». In Gesù, «l’amore incarnato di Dio», e nella sua morte in croce, l’eros-agape raggiunge la sua forma «più radicale» e «partecipando all’eucarestia anche noi veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione».
Carità e obiezione marxista
Nella seconda parte dell’enciclica, il Papa scrive che la carità «per la Chiesa non è una specie di assistenza sociale che si potrebbe anche lasciare ad altri, ma appartiene alla sua natura, è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza». Benedetto XVI riporta poi la grande obiezione marxista, secondo la quale i poveri «non avrebbero bisogno di opere di carità, bensì di giustizia». Per il marxismo, che si è rivelato una «filosofia disumana», le opere di carità contribuirebbero «al mantenimento delle condizioni esistenti» di ingiustizia. Il Papa riconosce che «i rappresentanti della Chiesa» hanno percepito «solo lentamente che il problema della giusta struttura della società si poneva in modo nuovo», quando nell’Ottocento è nata la società industriale. Ma ricorda poi il magistero sociale dei Papi, a partire da Leone XIII e fa osservare come la dottrina marxista, che prometteva la realizzazione di un «mondo migliore» attraverso la collettivizzazione, in realtà sia fallita: «Questo sogno è svanito». Mentre non è svanita, nella situazione difficile del mondo globalizzato di oggi, la dottrina sociale della Chiesa, che è anzi diventata «un’indicazione fondamentale».
La Chiesa non fa politica
Benedetto XVI ricorda quindi che il «giusto ordine della società» è compito della politica, e ricorda, citando Sant’Agostino, che «uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe ad una grande banda di ladri». Va dunque riconosciuta l’autonomia delle realtà temporali, e la dottrina sociale «non vuole conferire alla Chiesa un potere sullo Stato» né imporre «a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa». Nessuna nostalgia per lo Stato confessionale: «La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile», «non può e non deve mettersi al posto dello Stato». Questo non significa «restare ai margini nella lotta per la giustizia» bensì «risvegliare le forze spirituali» che la facciano affermare.
I limiti dello Stato
Un altro passaggio significativo è dedicato al tema della sussidiarietà: il Papa spiega che anche nella società più giusta ci sarò sempre bisogno di carità. «Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un’istanza burocratica che non può assicurare l’essenziale di cui l’uomo sofferente ha bisogno». Lo Stato deve dunque sostenere e riconoscere le iniziative caritative, le quali devono essere indipendenti «da partiti ed ideologie». L’attività caritativa «non è un mezzo per cambiare il mondo in modo ideologico, ma è l’attualizzazione qui ed ora dell’amore di cui l’uomo ha sempre bisogno». Spetta invece ai fedeli laici «il compito immediato di operare per un giusto ordine della società» partecipando «in prima persona alla vita pubblica».
No all’attivismo
Il Papa, infine, dopo aver tracciato una sorta di identikit del volontario e dopo aver ringraziato chi si dedica agli altri, mette in guardia dal rischio dell’attivismo che può far perdere il senso dell’azione caritativa e il suo rapporto con l’origine che è l’amore di Dio. «La competenza professionale è una prima fondamentale necessità, ma da sola non basta... Gli esseri umani hanno bisogno di umanità. Hanno bisogno dell’attenzione del cuore». Per tre volte, nell’enciclica, è citata Madre Teresa di Calcutta, come «un esempio molto evidente del fatto che il tempo dedicato a Dio nella preghiera non solo non nuoce all’efficacia ed all’operosità dell’amore verso il prossimo, ma ne è in realtà l’inesauribile sorgente».