Parà morto in Afghanistan Quella madre sull’attenti onora suo figlio e l'Italia 

Annarita Lomastro ha accolto col saluto militare la salma del suo soldato mostrando rispetto per la scelta di vita del figlio. Come sarebbe piaciuto a lui, caduto per la patria

Ormai i funerali dei nostri soldati finiscono tra le frattaglie del grande notiziario. Come dimenticare il clamore e l’enfasi per i primi caduti: adesso, superata quota quaranta, siamo alla routine funeraria. La notizia dell’imboscata, l’addio dei commilitoni a Kabul prima del rimpatrio, l’atterraggio a Ciampino, il saluto alla salma con tutti gli onori e qualche autorità, i funerali nella basilica romana di Santa Maria degli Angeli, i cappellani militari che invocano la concordia nazionale a sostegno di questi nostri giovani eroi, infine l’ultimo viaggio al paese d’origine...
E ammettiamolo senza ipocrisie: lo stanco rituale non sconvolge più nessuno. L’opinione pubblica italiana, si usa dire, ha metabolizzato anche questo prezzo inevitabile delle missioni all’estero. Una foto, dieci righe di didascalia con gli scarni estremi di cronaca, e via archiviata la pratica. Così purtroppo succede a chi non muore per primo. Così è successo inevitabilmente anche a David Tobini, il caporalmaggiore della Folgore ucciso lunedì scorso. Eppure, proprio questo funerale non è passato come gli altri. C’era qualcosa, nei soliti filmati della solita storia triste, che stavolta colpiva la distratta platea. Sulla pista di Ciampino, dove siamo soliti vedere anziane madri stravolte dal pianto, protette da occhialoni scuri e castigati foulard neri, stavolta abbiamo subito visto una giovane donna bionda, vestita di jeans e maglietta fiorata, con sopra un’ampia casacca bianca aperta sul davanti. Al collo una cravatta rossa. In testa, un basco da parà. Questa donna, così giovanile da poter tranquillamente passare per sorella, era e sarà sempre la mamma di David, il caporalmaggiore morto in Afghanistan facendo il proprio mestiere, servendo la propria causa.
Si chiama Annarita Lomastro, è impiegata in uno studio dentistico, ha un altro figlio, Giorgio, che le è rimasto sempre vicino, e vive separata dal marito, infermiere in un ospedale romano. Il quadro familiare è uno dei tanti che emergono improvvisamente dall’oceano della realtà italiana, quando un colpo assassino va ad intercettare brutalmente proprio quello e lo colloca per qualche giorno al centro dell’attenzione generale, rendendolo unico e originale. David aveva compiuto 28 anni proprio sabato scorso. Aveva una vita davanti. Due giorni dopo, non l’aveva già più.
Anche Annarita, anche questa mamma italiana centrata al cuore dal dolore più atroce, avrebbe il diritto di presentarsi sulla pista di Ciampino come le altre madri sventurate: spenta e nascosta dal nero, con tanta rabbia in corpo, decisa a rinfacciare questa morte ingiusta, lontana da casa. Le abbiamo ascoltate tante volte, le abbiamo persino un po’ bacchettate, queste nostre amatissime e inimitabili mamme italiane: hanno i figli in guerra, ma quando le loro creature tornano in una bara sfogano lo strazio contro la guerra, contro i potenti, contro il cielo, contro tutto e contro tutti, perché nessuno ha saputo proteggere quel figlio così adorato, carne della loro carne, sangue del loro sangue. Sono tenerissime e inguaribili, le mamme italiane: quando i figli vanno in guerra, vorrebbero combattessero sempre con proiettili a salve, magari a schiaffoni. Che il loro soldato possa morire servendo quella divisa proprio non riescono ad accettarlo.
È così che improvvisamente ci spieghiamo come mai, in questa inevitabile e stanca routine dei funerali di Stato, quella giovane mamma stranamente ci colpisca tanto, risvegliandoci dal torpore di immagini e notizie mestamente sempre uguali a se stesse. La signora Annarita è vestita in jeans e scamiciata di bianco, con la cravatta rossa e il basco amaranto del suo David, ma non solo. Questa donna mutilata del legame più saldo e più profondo non è sulla pista di Ciampino a sfogare legittimamente dolore e rabbia, come quasi sempre succede nel pianeta ovattato del mammismo tricolore: è lì semplicemente per salutare il suo ragazzo soldato, orgogliosa di quel ragazzo soldato, capace di offrire la vita alla causa ritenuta più giusta, liberamente scelta, coraggiosamente combattuta. Anche Annarita avrebbe infiniti motivi per accoglierlo con insormontabili risentimenti cosmici: l’esercito gliel’ha preso vivo e nel fiore degli anni, in uno strano giorno di luglio glielo restituisce dentro a una bara, avvolto nel tricolore. Ma lo dobbiamo capire e rispettare tutti, anche quelli di noi che al solo pensiero delle armi e degli eserciti sentono forte il senso di ribellione: quella era la vita, quella era l’idea della vita che il caporalmaggiore David aveva scelto. La sua mamma, prima di chiunque altro, la comprende e la rispetta, persino adesso, nel punto estremo, davanti all’irreparabile.
Così, mentre l’aereo atterra, si fa trovare pronta: senza cedimenti, senza rinfacciare niente a nessuno. Quando il suo eroe sfila dentro alla bara, non avverte l’istinto di corrergli incontro e accarezzarlo, versando insanabili lacrime di madre. Prima di tutto questo, si mette sull’attenti e gli rivolge un fiero saluto militare. Sì, proprio come piacerebbe al suo ragazzo, che certamente ora le sorriderebbe, almeno quanto può sorridere un soldato, prima di liberarla con la giusta risposta: riposo, mamma.