La parabola triste di Gianni Vattimo, dal pensiero debole a quello nullo

Il filosofo torinese ormai è fuori controllo: occupa l’Università come uno studentello, firma appelli per tutto. E ora inneggia perfino ai Protocolli di Sion

Dal pensiero debole al pensiero scontato. Tanto che quando Paolo Mieli in riunione di redazione ha detto ai suoi: trovatemi qualcuno che prenda le parti dell’indifendibile plagiatore Galimberti, quella che in mattinata sembrava una mission impossible è stata risolta nel pomeriggio (dopo i dinieghi di molti illustri pensatori) con una telefonata a Gianni Vattimo, il quale ha soddisfatto la vis polemica del direttore del Corriere della Sera derubricando il plagio in filosofia: che male c’è? Filosofare è un po’ copiare.
Per gli estimatori il professore torinese ha il dono dell’anticonformismo e della sincerità. I detrattori lo descrivono come un trombone ormai bollito, lontanissimo dai fasti della figliolanza intellettuale con Luigi Pareyson, quando a 25 anni era chiamato a tenere conferenze su Heidegger e Nietzsche davanti al gotha della filosofia italiana anni Sessanta: Abbagnano, Guzzo, Chiodi, Mazzantini, Rossi, Viano. Cosa rimane di quel Vattimo? A settant’anni suonati, il guru del pensiero debole, passato dalla formazione religiosa (messa tutte le mattine, delegato diocesano degli studenti, leader dell’Azione cattolica), al maoismo, poi europarlamentare Ds, poi col Partito dei comunisti italiani di Diliberto e ora marxista tout court, va oltre l’eresia cui ci ha abituato e sfiora il sacrilegio.
Pensiero scontato era per Vattimo figurare tra i primi firmatari dell’appello al boicottaggio della Fiera del libro di Torino per l’invito a Israele come paese d’onore. Pensiero scontato anche occupare come uno studentello del primo anno l’aula dell’Università di Bologna e partecipare al seminario antagonista sulla «pulizia etnica in Palestina» con l’intellettuale islamico, vicino ad Hamas, Tariq Ramadan e dire frasi del tipo: «Dobbiamo essere grati e vicini alla resistenza palestinese, perché è praticamente l’ultima resistenza che c’è rimasta. L’unica contro il pensiero unico, imperialista e dominante». Ci si poteva anche aspettare che desse di «fascista» a Fiamma Nirenstein e che attaccasse il presidente Napolitano per l’equiparazione di antisionismo e antisemitismo.
Ma l’ultima non ha più il sapore di una provocazione. A conclusione del convegno di Free Palestine Vattimo è andato oltre: «Oggi è diventato scandaloso manifestare la propria solidarietà ai palestinesi. Allora mi dico: non ho mai creduto alla menzogna dei protocolli degli anziani di Sion. Ora comincio a ricredermi, visto il servilismo dei media». Chi era presente racconta che la frase è stata pronunciata con un ghigno ironico. Ma tant’è. E così dalle vaghezze del pensiero debole siamo finiti a rimestare negli angoli più bui del Novecento, quando un palese falso evocava lo spauracchio di un piano segreto di matrice ebrea per la conquista del mondo. Spauracchio usato come strumento di propaganda antisemita da chi di volta in volta ne avesse bisogno, nazisti e bolscevichi in primis. Un falso che ha trovato una nuova fioritura editoriale nel mondo islamico.
Vattimo torni a fare il dissacratore su altri temi. Lo aspettiamo a Genova il prossimo fine settimana, dove in previsione della visita pastorale di Papa Ratzinger ha già messo le mani avanti e firmato, insieme con sette altri docenti universitari, un appello per un «Pride laico» e dei diritti «per una società plurale contro l’autoritarismo clericale». Va bene anche l’appoggio al governo cinese contro i monaci tibetani, inneggi pure a un «piano imperialista contro Pechino e la guerra all’Oppio».
Torni a fare l’eretico simpatico. Il figlio del popolo, madre sartina e padre poliziotto, che si è sempre sentito un parvenu del mondo letterario, poco invitato sulle terrazze romane e malvisto da un certo establishment. Uno che si autodefiniva «frocio» e non omosessuale. Uno capace di dire: «Io mi infurio sempre negli alberghi: non perché ami particolarmente il porno, ma nelle pay tv non ci sono mai film omosessuali».
Quando rivelò a Vanity Fair di essere innamorato di un giovane cubista da discoteca, gli amici più stretti gli dicevano: «Gianni, potresti essere un guru, un maestro, un esempio intellettuale per tutti noi, chi te lo fa fare di sputtanarti in questa maniera!». Ma ormai è troppo tardi.