Paradossi della ricerca: per ogni oncologo ci sono due sociologi

I fondi spesso sprecati in studi non strategici. E così 54 scienziati analizzano i virus dei gatti . &quot;Papirologi&quot;: in Italia sono il triplo degli studiosi dei materiali polimerici<br />

di Francesco Caria

Lo hanno urlato fino a sfinirsi: non tagliate il nostro futuro. Nelle scorse settimane i ricercatori di tutta Italia sono scesi in piazza per protestare contro le nuove misure sull’università, accusando i tagli finanziari e la riduzione del turn-over del personale, previsti dalla legge 133, di uccidere la ricerca e compromettere così le prospettive di sviluppo del Paese. Ma siamo sicuri che tutta la ricerca abbia lo stesso valore?
«Armenistica, caucasologia, mongolistica e turcologia», Storia della pedagogia, Egittologia e Civiltà copta: sono solo alcuni esempio degli innumerevoli settori di studio inclusi nella generica definizione «ricerca». D’accordo, si tratta di aree molto specialistiche. Ma intanto, mentre «Scienza e tecnologia dei materiali polimerici» può contare su appena due studiosi, quelli di Papirologia sono sette. Si è parlato molto della crescita incontrollata dei corsi di laurea seguita all’autonomia delle università: oggi sono 5.500 in tutta Italia, molti dei quali attivati dagli atenei solo per attirare gli studenti e fare un po’ di cassa. Qualcosa di simile è avvenuto nella ricerca, producendo distorsioni eclatanti nella distribuzione delle risorse. Con ripercussioni anche sul livello della nostra ricerca, testimoniato dal non elevato numero di citazioni dei lavori italiani nelle riviste specializzate straniere. Il punto è che oggi la ricerca, e le risorse a essa destinate, si disperdono in numero infinito di settori. Non tutti ugualmente strategici per il Paese.
Nessuno, per esempio, mette in dubbio l’interesse degli studi sociali. Ma è giusto dedicare alla sociologia generale (solo uno degli insegnamenti del settore) 150 ricercatori, mentre l’oncologia medica ne ha 72 e la chirurgia infantile appena 18? Allo stesso modo, va benissimo preoccuparsi della salute dei nostri amici a quattro zampe e consacrare 54 studiosi alla ricerca sulla malattie infettive degli animali domestici. A preoccupare, però, è che, nel frattempo, alle malattie infettive dell’uomo ci pensino solo una quindicina di persone in più, appena 69. Il punto è proprio questo: le università spendono il 90% del loro budget negli stipendi, i soldi non ci sono. Forse, allora, occorrerebbe pensare a una razionalizzazione delle risorse, stilare una lista delle priorità. Perché per ora il panorama è caotico, la distribuzione degli oltre 23mila ricercatori italiani quanto meno discutibile.
Ne abbiamo 177 in Letteratura italiana (importante, per carità) contro 49 in bioingegneria elettronica e informatica, 35 in Scienze merceologiche e soltanto 10 impegnati sul fronte dell’«Ingegneria e sicurezza sugli scavi», di cui sembra esserci decisamente più bisogno. Ancora: in 11 cercano di definire «Misure meccaniche e termiche» mentre sono ben 55 le menti che si esercitano sul Diritto canonico. Tutto è importante, ma bisogna fare delle scelte. D’altra parte, la nostra ricerca spesso sembra guardare più al passato che al futuro. Basti pensare che ben 63 teste sono impegnate a svelare i misteri ancora irrisolti di «Paleontologia e paleoecologia», mentre alla fisica dei rettori nucleari si dedicano appena in sei. Non solo. Appena una ventina di ricercatori studia «Costruzioni e strutture aerospaziali»: un terzo degli appassionati di archeologia classica, la metà di quelli che prediligono la Storia greca. Senza contare l’ampio bacino degli studiosi di botanica: 63 solo in Arboricoltura generale e coltivazioni arboree. Mentre la Chimica fisica applicata deve accontentarsi di averne otto. «Ci tagliano il futuro», dicono i ricercatori. Non tutti i futuri, però, sono uguali.