Parise inviato al fronte fra i soldati morti e le comete

Vietnam, Biafra, Laos, Cile: un campionario di drammi e di ritratti umani

Le corrispondenze di Goffredo Parise dai teatri di guerra degli anni ’60 e ’70 (Vietnam, Biafra, Laos e Cile) apparse sull’Espresso e sul Corriere della Sera, furono raccolte in un volume einaudiano che Adelphi ripubblica (Guerre politiche). Da osservatore Parise rifiuta di trasformarsi in moralista o sociologo: scelta che doveva apparire scandalosa trent’anni fa a un pubblico molto schierato (inutile precisare in quale direzione) ma che risulta vincente oggi. La sua «profonda ripugnanza» verso «chi violenta la realtà con l’imposizione di un giudizio totale», potremmo chiamarla rifiuto del pensiero unico, o più semplicemente onestà intellettuale. Aver imparato sul campo che «nessuna guerra è mai giusta» non comporta indifferenza o cinismo, ma soltanto il dovere di riferire ciò che si vede nel modo più veritiero possibile.
Di suo Parise aggiunge le risorse dello scrittore, qui spesso all’apice della forma, che eccelle nei ritratti. Abbiamo così Fidel Castro, «furbissimo incrocio tra Fellini e Mussolini», il macabro principe Sihanouk, «regista, protagonista, primo amoroso, musicista e cantante dei suoi film sconosciuti nel mondo intero ma acclamati dalla nazione Khmer», o il cileno Salvador Allende, «socialista dell’Ottocento, disordinato, poetico, debole e poco reale» (e ci voleva coraggio a scriverlo nel 1973, quando per tutta l’opinione pubblica progressista era il più grande capo di stato della storia, oltre che martire e santo). O ancora pezzi di bravura come il profilo del generale Westmoreland, «un americano è un americano», non soldato bensì «missionario della libertà», la descrizione dei quattordicimila bordelli di Saigon o l’arrivo dell’elicottero con lo stemma del coniglietto di Playboy, «che è il vero comandante delle forze armate e conta più delle bandiere americane o sudvietnamite». Ma nessun corrispondente Usa saprebbe scrivere dei vietcong che «mi ricordano i piccoli ragazzi bruni della brigata nera o della X Mas, ricciuti e unti di brillantina». E gli ricordano, anche se non lo dice, il ragazzo morto e le comete, eroe del suo primo e miglior romanzo, nella Vicenza metafisica sfigurata dalle bombe e dai saccheggi del 1945.
I marines che non sapevano nulla del Vietnam, «una specie di luna, dove il diavolo prolifera», sanno molto di più dell’Afghanistan o dell’Irak? I seimila bambini al giorno che scompaiono nel Biafra, descritti da Parise senza un filo di smanceria italica, vittime di una carestia manipolata dalle rivalità tribali e dagli interessi petroliferi, sono diversi da quelli del Ruanda o del Darfur? Il fanatismo dei seguaci del Pathet Lao, che hanno abolito anche le partitelle di calcio per fare la rivoluzione, è diverso da quello degli odierni kamikaze? La troupe televisiva che implora il mercenario Steiner di organizzarle «almeno una piccola imboscata per il pubblico di casa», agirebbe diversamente oggi?
Il fondo comune, limaccioso, che Parise vede eruttare sotto i suoi occhi e verso il quale cresce ad ogni pagina il suo rancore, è sempre lo stesso: il potere che trasforma la folla acclamante in oggetto dei potenti, la «certezza dell’esistenza del male», la paura, la violenza, il bisogno. Su tutto «l’ideologia, senza di cui l’uomo sembra non poter vivere», anche a costo di non far vivere gli altri.

Goffredo Parise, Guerre politiche (Adelphi, pagg. 275, euro 13,50)