La parità impossibile

È cominciata la tournée settennale del Capo dello Stato e sappiamo in che cosa consiste: andare nelle scuole a dire che l’istruzione è istruttiva, dai panettieri a dire che il pane è quotidiano, dagli alpini a dire che il Piave è invalicabile, al premio femminile Bellisario (ieri) a dire che per le donne molto si deve ancora fare. Napolitano ha parlato di misure che garantiscano una maggior «conciliazione tra lavoro e famiglia» e mi è tornato in mente che negli Usa c’è assai meno assistenza statale per l’infanzia e meno congedi per maternità, e per contro una cultura lavorativa più competitiva della nostra con molte più donne ai vertici delle professioni e del potere. Ma mi è tornata in mente anche un’altra cosa. Che la maggior parte delle donne che ho conosciuto in luoghi di lavoro, impressione personale, spesso non parevano lavoratrici e madri, ma essenzialmente madri e lavoratrici. Era come se si percepisse, diversamente da tanti loro colleghi ipercinetici e carrieristi, che l’epicentro della loro vita non era in quelle stanze e che attraversava altre dinamiche. Spesso serafiche, incapaci di sgomitare, meno arrampichine e perciò meno pagate, è come se la loro presunta inferiorità sociale celasse un sottofondo che certe sere tardi, quando io magari ero ancora a scrivere come un pazzo e loro avevano staccato da ore, non è che mi faceva sentire tanto superiore.