Le parole di Marx sotto la barba di Osama

Osama Bin Laden è uomo dalle molte vite e dalle molte barbe. Gliene conosciamo almeno quattro: quella «ufficiale» ma un po’ invecchiata, che pre-data la strage di Manhattan da lui ordinata e la conseguente clandestinità: è lunga, un po’ caprina, di una certa fiera nobiltà beduina. La seconda, è quella del comico australiano che, travestito da Bin Laden, ha valicato l’altro giorno quasi tutti i controlli di un vertice a Sydney ed è sceso dalla macchina a pochi metri dall’albergo che ospitava George Bush: è larga, biancastra, troppo bonaria per essere vera. La terza è Barbanera, quella del video che dovrebbe contenere l’ultimo messaggio dello «sceicco del terrore»: tozza, squadrata, un po’ troppo giovanile, ma può essere un difetto di trasmissione. Ma la più sorprendente fra le barbe di Osama è quella che, se questo messaggio è autentico, si è messa addosso lui, con più ideologia che pelo, vagamente familiare a tutti noi, impensabile addosso a lui: il barbone di Karl Marx.
Non emerge dal video, ma dalle parole che - sempre se sono vere - indicano una svolta addirittura epocale: il reazionario teocratico, l’integralista coranico, il combattente della guerriglia antisovietica in Afghanistan si rivolge ai popoli del mondo, ma in particolare a quello americano, con parole che paiono prese pari pari dal Manifesto del Partito comunista dato alle stampe nel 1848. Condensata in poche righe c’è la storia dell’umanità, passata e futura: il capitalismo, diceva il Profeta tedesco, aveva sotterrato la società feudale e il socialismo avrebbe sotterrato il capitalismo. Vi siete liberati dalla società feudale, dice il Profeta saudita, e adesso dovete liberarvi del capitalismo. Una specie di necessità storica, più Internazionale che Corano. Il Socialismo, naturalmente, in questo caso si chiama Islam, ma il tema è quello, quello l’invito, quella la Promessa. Il capitalismo doveva essere seppellito 159 anni fa nei Paesi più progrediti dell’Europa da un’utopia «scientifica», deve esserlo oggi negli Stati Uniti per ordine divino. Poco importa che il testo dell’inno dei lavoratori esclude, almeno nella versione tedesca, che la rigenerazione dell’umanità possa venire «da Dio, dall’imperatore o da un tribuno». Osama Bin Laden crede fermamente in Allah, sogna di restaurare il Califfato ed è evidentemente, nello stile e nelle ambizioni, un tribuno.
Similarità e contraddizioni possono suscitare ironie, rafforzare i dubbi sull’autenticità del messaggio, anche indurre a qualche riflessione e ad ipotesi diverse. Chiunque abbia effettivamente dettato le parole che sul video escono fra i peli ringiovaniti della profetica barba, esse indicano una strategia e soprattutto reclamano un’eredità: quella, appunto, della Rivoluzione mondiale. L’Islam è presentato come alternativa, ma questa volta non a un’altra religione e non più al mondo materialistico e senza Dio che sarebbe quello dell’Occidente, bensì a un ordinamento economico, come una sorta di rivolta dei poveri e dei puri, uno squillo di tromba per gli sfruttati. Dunque come un modello di società alternativa, egualitaria al suo interno anche se spietata nei confronti degli Infedeli: giustizia e liberazione, anche se evidentemente senza libertà e anzi contro la libertà le masse possono, anzi, dovrebbero ribellarsi e abbattere una società idolatra, ma non crearne una nuova perché le leggi non le fanno gli uomini, ma Dio, che anzi le ha fatte una volta per tutte e dettate immutabili nel Libro Sacro. La barba di Marx perderebbe i peli dall’orrore di fronte a una tale contaminazione; quella di Bin Laden (sia o meno posticcia) assorbe e si ricompatta. Obbedisce a una tentazione non manifestamente infondata: fare del fondamentalismo islamico l’erede di un messianismo tramontato perché crollato nei fatti. Non importa che il messaggio di Marx, e soprattutto le sue analisi, fossero intrinsecamente «umaniste» e ottimiste mentre il fondamentalismo è una utopia del passato e sia ferocemente avverso a ogni forma di umanesimo. La tentazione è quella: raccogliere, stimolare il malessere, lo scontento, la disperazione, la rivolta che inevitabilmente suscita ogni trasformazione rapida della società, soprattutto se, come oggi, «globalizzata». I «dannati della terra», quelli cui si rivolgeva Che Guevara: «Due, tre, molti Vietnam». È leggerci troppo nelle parole smozzicate di un video che potrebbe essere fasullo quanto la barba e il vestito di un comico australiano? Può darsi, ma le «profezie vanno sempre tenute d’occhio. In un’altra versione dell’Islam, quella sciita aborrita dal sunnita Osama, sarebbe imminente, questione di mesi, la ricomparsa sulla terra dell’Imam Nascosto. Noi la chiamiamo Apocalisse.
Alberto Pasolini Zanelli