La partitocrazia al potere

La Corte Costituzionale respingendo le dimissioni presentate dal giudice Romano Vaccarella ha di fatto ammesso l’esistenza di una minaccia a quell’autonomia che gli viene garantita dalla Carta Fondamentale. Non è certamente la prima volta che questo accade, ma il «caso Vaccarella» prefigura una situazione per tanti versi inedita che va compresa nei suoi termini strutturali, affinché non degeneri.
Un tempo - e neppure troppo tempo fa - i partiti pretendevano di esercitare in prima persona la sovranità, a dispetto dei poteri riservati alle istituzioni ufficiali dello Stato. Potevano farlo perché il loro ruolo - di maggioranza così come di opposizione - e la loro forza erano immodificabili. Al più cambiava qualche decimale. Era questa l'essenza di quella che si usava definire «partitocrazia». Poi i partiti sono entrati in crisi e, per di più, la loro presenza al governo è iniziata a dipendere - come si usa in una democrazia matura - dal giudizio degli elettori. Questo mutamento epocale, però, non ha annullato il loro antico vizio egemonico. L'ha semplicemente trasformato, fornendocene una versione post-partitocratica. E questa metamorfosi si è compiuta soprattutto a sinistra per una circostanza facile da intendere: sia per quanto concerne le esperienze personali sia per quel che riguarda le vicende collettive, è lì che ancora risiede il più alto tasso di continuità con l’ancien régime.
Si è così sviluppata una tendenza a depotenziare la responsabilità ufficiale del potere politico - quella, per intenderci, che si esercita quando si vincono le elezioni - per trasferirla in istituzioni sulla carta indipendenti ma che, nei fatti, si ritengono essere condizionate da orientamenti politico-culturali difficili da modificare. Una cartina di tornasole di questa situazione la si rintraccia nella odierna realtà dei Senatori a vita di nomina presidenziale. Si è a lungo discusso sulla legittimità di un governo che dipende dal loro voto. Ma a mio parere, il vulnus più grave è altrove: essi, ad eccezione di uno che di norma non partecipa ai lavori, appartengono tutti alla sinistra. Quasi che per onorare la patria, e riceverne da questa onore, essere di sinistra risulti condizione necessaria.
Dall'altezza dei laticlavi si sta ora scendendo giù per li rami. A ogni piè sospinto viene alla luce una nuova authority o una agenzia (l'ultima nata è quella per la valutazione degli atenei) che sottraggono potere alla politica per trasferirlo a istituzioni indipendenti. In cosa si concreti la loro indipendenza si è avuto modo di apprezzarlo in questi ultimi tempi. Un primo esempio è stato fornito dalla vicenda Sircana. E oggi il comunicato della Consulta ufficializza che neppure la massima istituzione di garanzia della Repubblica è più immune da questa sorta di autonomia condizionata.
Al fondo di questi episodi c'è la sublimazione di una malattia che la sinistra italiana ha incubato sin dai tempi dell'inopinata vittoria del «Cavaliere nero» nel 1994: il sospetto nei confronti del suffragio universale. D'allora essa ha sviluppato un'attitudine difensiva: trovare il vaccino per mettersi comunque al riparo da imprevedibili esiti elettorali così come da altri contingenti imprevisti (tra cui, ad esempio, un referendum). Da qui la sottrazione di potere alla politica e il suo trasferimento a élite che si vorrebbero mansuete ed eterodirette. Non è un caso che, nelle analisi culturali della sinistra, sempre più spesso torni, quasi sempre a sproposito, il riferimento al «populismo». Esso denunzia, in realtà, paura nei confronti del popolo. Allora non ci si può stupire se, mentre il Presidente della Camera definisce il referendum contrario alla democrazia, un giudice della Corte sia costretto a dimettersi per i tentativi preventivi di farlo fuori. Esercitare pressioni indebite, in fondo, non è altro che il modo concepito dalla sinistra per salvare un’idea di democrazia che si addice ad una parte sola.
Gaetano Quagliariello