A un passo dal trionfo, come Dorando Pietri

Non ci sarà consolazione. Nessuna coppa d’argento dorato, nessun sorriso di regina Alexandra, nessuna sottoscrizione pubblica che renda onore delle armi. Non ispirerà compositore di canzone, nessun Conan Doyle cercherà di lenire il cuore ferito. Eppure Massimo cade come Dorando, ancora una volta, a una manciata di terra dal traguardo. Una terra beffarda che gli si apre sotto i piedi, che lo trascina nel vuoto di un’ambizione repressa, di un desiderio già ghermito dal suo essere volitivo, fatto di mente, intelligenza, visione intellettuale a tutto tondo. Ma non c’è forse dolore più tragico di quello vissuto nei precordi, molto più profondo di quello scritto nel volto rigato dalla fatica del piccolo maratoneta che incantò Londra nel 1908, il panettiere di Correggio che divenne leggenda per la sua sconfitta. In un tutto-politico come Massimo D’Alema la delusione di queste ore si mescola all’impotenza, allo strazio di non aver raggiunto il traguardo nonostante l’incoraggiamento, l’aiuto, il sostegno di un intero Paese per una volta tornato d’accordo sui fondamentali. Era già capitato, una volta più delle altre, quando l’ultimo dei politici professionali di razza s’era avvicinato al Quirinale e il sogno, fino all’ultima notte, era tanto vero da sembrare tangibile. E non si pensi - facendo torto all’uomo - che di pura vanità o sete di gloria si tratti, ché la natura dalemiana è ben più complessa. Forse troppo, per restare immune anche dalla velleità fanciullesca di fare bene un mestiere che si sa fare, e che la vanità ingenua - quella positiva e ottimista - ci convince che siamo i migliori a saper fare. Come in tutte le sue battaglie, anche per questa dell’Europa D’Alema s’era preparato con cura. Ritirandosi man mano, con discrezione, dalle beghe che più gli avevano nuociuto nel passato: quei tragitti laboriosi e un po’ labirintici che la satira aveva bollato come «dalemoni»: giochi talmente intricati da imbrigliare lui, e la sua, insopprimibile, «volontà di potenza». Che non bisogna mai confondere, in verità, con l’ansia di potere tout-court. E come non pensare allo sconcerto dell’intelligenza, dopo la cattiva prova data come direttore all’Unità e come segretario al Pds? Come non affidarsi al fatale «destino cinico e baro», dopo lo sgambetto della sua Bicamerale, l’unica a essere precipitata a una manciata di metri dal traguardo? Così finì, in un’alba che spegne i sogni, anche la candidatura a presidente della Repubblica. Così, ora, quella a ministro degli Esteri della Ue: proprio mentre sabato scorso l’amico presidente Napolitano citava più volte nel suo discorso il «nemico» vinto, l’inglese Milliband. E persino ieri pomeriggio, terribile ironia (o cattiveria) della storia, dichiarava che l’ultimo pupillo del suo Pci aveva «le carte in regola per farcela». Figli perciò di un dio minore, che nega quando troppo si vuole, per dare - forse - quando la mente sarà già altrove, e l’animo domato dalle passioni.