Il pasticcio della riforma elettorale

Quando si cambia una legge elettorale, all'inizio o alla fine della legislatura? Uno potrebbe rispondere che l'importante non è il quando, ma il come: il Parlamento la cambi quando vuole (o quando riesce), purché lo faccia bene.
Purtroppo, le cose non sono così semplici. Se una legge elettorale viene modificata alla fine della legislatura, con un voto a maggioranza, l'opposizione tenderà a lamentarsi del tentativo sleale di cambiare le regole del gioco quando il gioco sta per iniziare (o è sostanzialmente già iniziato). È accaduto nella scorsa legislatura, con una legge che molti hanno biasimato, oltre che per il suo contenuto, anche e soprattutto per i tempi della sua approvazione.
Osservo subito che questo argomento convince poco, perché denota una certa (vera o finta) ingenuità: nei sistemi politici democratici (anche fuori d'Italia) ben può accadere che le leggi elettorali si cambino a fine legislatura. Né impressiona che il Consiglio d'Europa abbia raccomandato il contrario: sia perché il «candore» politically correct che talvolta proviene da Bruxelles non è utile a governare l'evoluzione dei sistemi politici, sia perché la scelta sul quando cambiare la legge elettorale deve essere lasciata all'autonomia decisionale di ciascuno Stato membro dell'Unione.
Prendiamo comunque per buono l'argomento: per evitare sospetti, una legge elettorale deve essere cambiata all'inizio della legislatura. Ma se ciò accade, non ne consegue la necessità di tornare subito alle urne per rilegittimare la rappresentanza politica? È vero che un Parlamento è eletto per cinque anni e che il mutamento delle regole elettorali non ne implica l'automatico scioglimento: ma questo vale sul piano formale, mentre su quello sostanziale la spinta a un'immediata verifica elettorale, con le nuove regole, è nei fatti. Insomma, un Parlamento (una maggioranza politica!) che decide di modificare la legge elettorale all'inizio della legislatura fa un notevole passo avanti verso la sua fine anticipata.
In queste settimane, sotto la minaccia di un referendum che promette di scompaginare il sistema partitico, una parte dell'attuale maggioranza considera una priorità il cambiamento della legge elettorale. Alcuni utilizzano proprio l'argomento dell'opportunità di procedervi all'inizio della legislatura. Questo sarebbe il momento giusto, essi aggiungono, perché le diverse forze parlamentari sarebbero ancora sotto il cd. «velo d'ignoranza» circa gli effetti che un nuovo sistema elettorale produrrebbe, risultando così maggiormente disponibili a compromessi di alto profilo.
L'argomento del «velo d'ignoranza» è però a sua volta un po' debole: quale, tra i partiti rappresentati in Parlamento, non è fin da subito in grado di calcolare, con una certa approssimazione, il proprio destino elettorale con le nuove regole?
La discussione rischia di diventare accademica, perché la stessa durata regolare della legislatura non è certa, a causa delle evidenti difficoltà di convivenza tra le diverse anime della maggioranza. Anche questo dato è importante. Da una parte, la possibilità che le elezioni anticipate non siano lontane solleciterebbe a escogitare velocemente modifiche che rendano il ricorso alle urne un rimedio in grado di fornire un responso chiaro, e non un insidioso terno al lotto con alta probabilità di risultati ingovernabili. Dall'altra, tuttavia, la discussione sulla materia elettorale rischia di portare alla rottura rapporti già molto tesi nella coalizione di maggioranza. Infine, anche un eventuale accordo bipartisan tra i partiti maggiori su nuove regole elettorali segnerebbe la morte dell'attuale maggioranza politica, con forte probabilità di nuove elezioni, e quindi appare politicamente impervio.
Insomma, un bel pasticcio, dal quale non è facile uscire. Sarà ancora una volta un referendum, come nel 1993, a sistemare le cose?