La patata quarantina ha come parassita la troppa burocrazia

Le norme comunitarie non rispettano il lavoro dei contadini

La patata quarantina, fiore all’occhiello dei produttori liguri, rischia di essere sotterrata dalla burocrazia. E così i produttori corrono ai ripari con una giornata di informazione sui nuovi regolamenti comunitari - noti come «pacchetto igiene» - che hanno rivoluzionato le norme igieniche e sanitarie in materia di produzione e trasformazione degli alimenti. La giornata è organizzata per il 18 gennaio dall'associazione «Consorzio della Quarantina» (www.quarantina.it), da anni impegnata in attività di sostegno e promozione del mondo rurale ligure.
Questa volta si tratta di una vera e propria iniziativa di autodifesa: come spiega il presidente dell'associazione, Massimo Angelini, «tali regolamenti, che estendono ai produttori il principio di autovalutazione ed eliminano le procedure autorizzatorie da parte dell'Asl, dovrebbero essere già applicati. Invece, tutto ciò viene ancora ignorato e si continuano a far pagare autorizzazioni e consulenze che non dovrebbero più esistere».
Sarà anche l'occasione, quindi, per parlare di un argomento spinoso come quello del rapporto fra agricoltura e burocrazia. Di quel rapporto per cui, vale a dire, costruire un pollaio e commerciare uova significa districarsi come «manager» fra gli oneri legati al progetto, all'autorizzazione e all'urbanizzazione. Angelini non aggira il problema: «La disoccupazione intellettuale è un problema serio, ma non lo si può mettere sul conto dei contadini, costretti a mantenere funzionari, certificatori, burocrati e consulenti per ogni attività e anche per le proprie “autodichiarazioni”, come quelle necessarie per il sistema di autovalutazione Haccp».
Nei rivoli della macchina amministrativa si perdono infatti contributi che dovrebbero premiare la funzione di presidio svolta dagli operatori del settore primario e che invece alimentano l'agonia della vita comunitaria, soffocata da norme che osteggiano la libertà di lavorare e produrre secondo consuetudine.
«Paradossalmente, oggi per “comunitario” si intendono esclusivamente le istituzioni e il diritto di Strasburgo». Con i suoi lati oscuri, tra l'altro. Con la sua cernita fra chi ha titoli e chi ne è privo. La comunità rurale appartiene a questa seconda, disgraziata, categoria. «Si mira a disciplinare ogni aspetto della produzione e ogni prodotto, per renderlo più facilmente appropriabile e persino brevettabile. Ma è come se si volesse disciplinare e brevettare la memoria e il patrimonio di cultura che abbiamo ereditato dalla nostra famiglia. Questo è quanto avviene quotidianamente nelle nostre campagne, soggette a leggi e regolamenti di produzione che non riconoscono la titolarità comunitaria dei prodotti e le consuetudini che ad essi si accompagnano. E che pretendono di sostituirle con le certificazioni, come se la tradizione potesse essere certificata o come se un contadino non avesse la dignità - come ogni cittadino - di essere considerato onesto fino a prova contraria».
In troppi pretendono di insegnare all'agricoltore e all'artigiano un mestiere che verte sulla fiducia tributata loro dai mercati locali. Ma lo Stato a questa fiducia non dà valore perché non vuole riconosce il valore della comunità, della localizzata compresenza di generazioni dotate di un proprio patrimonio, culturale e materiale, «indisponibile alle brame di chicchessia». E se la produzione normativa crea lacci e restrizioni che puniscono solo i piccoli produttori, privi della massa critica di prodotto necessaria a coprire i costi indotti dalla burocrazia, le stesse «denominazioni di origine» con cui si vorrebbe tutelare la tipicità rivelano un'intrinseca ambiguità: «Le Dop omologano la diversità. Prendiamo ad esempio il pesto genovese: ne esistono più di cento ricette, diverse da paese a paese, a volte da famiglia a famiglia. Come si può ridurre questo patrimonio a una sola ricetta? Come si potrà affermare che chi segue una propria consuetudine locale non corrispondente alla ricetta ufficiale, non ha il diritto di chiamare il proprio pesto “genovese”?».
Tra atti d'imperio e piccole grandi prepotenze che si esprimono anche nel tentativo - continuo, da oltre un secolo - di cancellare gli usi civici, e che culminano nelle maggior parte delle decisioni dei vertici europei ispirate ai grandi spazi produttivi del Nord Europa, la tutela delle produzioni locali potrebbe avere un sussulto. Proprio grazie ad alcune norme sburocratizzanti contenute nel «pacchetto igiene». Per questo il Consorzio, investendo nella propria buona volontà e facendo circolare quelle informazioni che altri dovrebbero dare e non danno, proverà a restituire alla civiltà contadina e appenninica l'ossigeno di cui un universo parallelo, fatto di grigie scartoffie, è troppo, troppo, troppo avido.