LA PAURA E IL MISTERO

Dalla pace del sonno torni giù, e nel buio senti il tremore che pervade tutto, e lo vedi: non è la forza della mano di qualcuno che ti scuote o del cane che si gratta. Persino dalla finestra, aperta perché ieri c’era un caldo strano, senti l’onda immane; ne rimbombano le colline intorno, come un organo. E quindi pure le pareti, mentre il bicchiere scivola, cade e scoppia. Non ha finito di sfogarsi. Pensi ai tuoi vecchi e ai bambini: devono vestirsi. Ma non riesci a dirlo: tutto si sta tendendo come una molla. Puoi ben poco: soltanto sperare che l’onda cupa che è adesso la terra non si sia caricata troppo. E aspetti, mentre il respiro si sospende e l’anima resta in un qualcosa ch’è prima di una preghiera. Perché questo sentirsi il niente sotto si apre dentro, terribile e sacro.Ma l’oscillazione si rallenta. E però non c’è stato il boato. Dunque era altrove.

Ma se qui è stato così forte, viene da farsi il segno della croce, perché di certo altrove qualcuno c’è morto, e non pochi. Eccola lì la notte del terremoto su una collina delle Marche. E poi la televisione accesa per sapere, ma che non dice niente, mentre per cautela ci si veste, perché può venirne un’altra. Per radio invece dicono che il disastro è in Abruzzo. E arriva un sollievo vile: mezzo vestito te ne ritorni a dormire, ovvero al consueto sentire.

E però restano la mattina quei poveretti, con le coperte sulle spalle per strada, e le foto degli impolverati cadaveri, e gli eroi. Ma soprattutto resiste il senso di immane sospensione del consueto. Ed è questa percezione che adesso scredita gli uomini e le chiacchiere alle quali si adoprano, per recriminare, spiegare, e criticare, ridurre il terremoto a difetto tecnico di previsione.

Quando invece esso indurrebbe ben altro corso di pensieri. Perché è l’aprirsi del nostro petto ad un senso del tremendo, ch’è primigenio. Ad un sentire più che naturale, come quell’aria che prima dei terremoti è compressa da un sole strano. Che era la maniera con la quale Empedocle e i greci antichi e Aristotele spiegavano i terremoti. E che San Tommaso ancora usava dicendo che col terremoto Dio si manifesta col vento impellente nella terra; vapore penetrante.

Strani pensieri. Però spiegano meglio dei sismografi moderni il terrore divino e la calamita di quell’onda che ci apre dentro, e tira tutti fuori di sé. Certo la scienza moderna avrà le sue ragioni: ma temo molti, avessero maniera di leggerli, troverebbero meglio quanto hanno sentito nei presocratici o in Keplero. Perché è come se sotto mancasse qualcosa, per l’aprirsi di qualcos’altro sopra di noi. O a dirla in altra maniera, più accettabile per quel pregiudizio ch’è la scienza moderna.

Nel terremoto s’apre in noi qualcosa che a ripensarlo col cuore è del tutto irriducibile alle statistiche e alla sismologia. È uno scuotimento, un varco, ch’è certo tremendo, come i poveretti morti e le case distrutte, però resta sovrumano, induce all’esperimento del divino. A quel divino ch’è panicodentro la natura, e scuote l’aria e la terra: come lo spirito di un tempo che fa dell’umano consueto una voragine e persino dei morti una preghiera.

È il mistero che interrompe il corso degli eventi che pareva ovvio, lo svela precario e irreale. E mostra la condizione umana come essa è, nuda. E perciò di tutte le foto dolenti di oggi una è la più rivelatrice, quella di una coppia: lei giovane in piedi sotto la stessa coperta che l’avvolge assieme a un altro giovane; accanto a loro le macerie. Incolpevoli Adamo ed Eva. E però salvi, nati dalla voragine terribile in un sentire commovente, che è troppo vasto per dirsi, e che a spiegarlo può sciuparsi. Ma l’unico che riconforta e riconferma poi quanto l’amore divino sia un sommo mistero.