Le paure dei malati di epatite

«Oggi esistono cure efficaci che non giustificano le ansie di molte persone colpite dal virus Hcv», afferma il professor Ideo

Ignazio Mormino

La Fade (Fondazione epatologia) ha concluso il suo convegno annuale dedicato ai bisogni del paziente con un grido d’allarme. Una ricerca condotta tra i malati di epatite C (poco più di mille) è arrivata infatti alla conclusione che oltre il 40 per cento dei pazienti interrompe la cura, con la possibilità che la malattia riprenda il sopravvento e addirittura corra con forte accelerazione verso gli esiti peggioriche sono la cirrosi e il carcinoma epatico, a rischio mortale.
È la prima volta che in Italia si dibatte questo tema e si insiste sulla necessità d’un rapporto confidenziale tra medico e paziente. Come ha ricordato nel corso del convegno uno dei più noti epatologi italiani, il professor Gaetano Ideo, «un sostegno emotivo adeguato favorisce una prognosi positiva anche nei casi più gravi. Ogni intervento terapeutico ha bisogno d’una comunicazione esauriente, adeguata, completa, capace di sollecitare la totale collaborazione del malato».
Ideo ha portato un esempio pratico: se un soggetto si presenta al medico curante con un incremento delle transaminasi, il medico si mette subito in allarme e dispone una serie di indagini volte ad accertare il suo rapporto con l’alcol, le eventuali alterazioni del metabolismo, le abitudini alimentari, la presenza o meno di malattie sistemiche, i valori di colesterolo e di trigliceridi, l’indice di peso corporeo ecc. Tutto questo, ha spiegato, deve essere fatto con un’attiva partecipazione. Prima di scegliere una terapia (e parliamo di terapia mirata) il medico deve conquistare la totale fiducia del malato.
Spesso infatti - lo ha ricordato uno psichiatra, il professor Michele Sforza - il malato di epatite C cade in depressione, convinto che la malattia sia inguaribile e che gli effetti collaterali della terapia possano procurargli gravi sofferenze. Prima il medico curante, poi l’epatologo, devono evitare queste situazioni di crisi.
La terapia attuale, sperimentata ormai in tutto il mondo con trials rigorosi, associa l’interferone pegilato alfa 2B alla ribavirina ed ha risultati largamente positivi in almeno la metà dei casi (50-60 per cento); ma come ha ricordato la Fondazione epatologia col convegno di Milano «al buon risultato concorre anche un più stretto rapporto di collaborazione tra medico e paziente».
Intanto, sul fronte internazionale, la Fda statunitense ha concesso la procedura di registrazione accelerata a un inibitore orale della proteasi Hcv sviluppato dalla Schering Plough e attualmente nella seconda fase di sviluppo clinico per il trattamento dell’infezione cronica dal virus dell’epatite C (Hcv). La concessione di questo fast track ha lo scopo di accelerare gli studi clinici condotti fino ad oggi. Il nuovo inibitore orale della proteasi potrebbe portare vantaggi ai pazienti che non avevano risposto positivamente alla consolidata terapia che associa peginterferone e ribavirina.