Pd fuori dal mondo: litiga sul Mattarellum

RomaÉ difficile oggi, nelle piazze come negli uffici, nelle scuole come nelle edicole, sottrarsi al dibattito sul modello di legge elettorale da adottare in Italia. Nugoli di impiegati mettono volentieri da parte le discussioni sulle imminenti ferie agostane per confrontarsi sul Porcellum o il Mattarellum. Crocicchi di bancari, commercianti, casalinghe si incontrano di buon mattino nei bar per cercare risposte all’annoso interrogativo e discutere di scorporo, premio di maggioranza, collegi uninominali, listini bloccati.
D’altra parte nessuno come il Partito Democratico riesce a intercettare gli umori e comprendere le vere priorità del Paese. Per questo - messe da parte quisquilie e pinzillacchere come la crisi economica internazionale e l’attacco degli speculatori ai nostri titoli di Stato - i dirigenti di via del Nazareno hanno trovato ieri il modo di scrivere un’altra puntata dello scontro fratricida, tutto interno al Pd, sulla legge elettorale. E così mentre il costituzionalista ed ex senatore Stefano Passigli sta ancora meditando sulla possibilità di presentare - insieme a Enzo Bianco e Marco Follini - un referendum per il ritorno al proporzionale con l’abolizione del premio di maggioranza e il ripristino delle preferenze, ieri un altro ramo del Pd ha presentato una proposta perfettamente opposta all’altra.
A scendere in campo questa volta sono i «pro-Mattarellum», (ovvero i fautori del ritorno alla «legge-Minotauro», maggioritaria con correzione proporzionale), di Arturo Parisi, Walter Veltroni, Rosy Bindi e Pier Luigi Castagnetti, sostenuti anche da Sel e Idv. Una falange di «maggioritaristi» incalliti che ha depositato il quesito scritto da Stefano Ceccanti e Salvatore Vassallo in Cassazione e vuole utilizzarlo come una sorta di ghigliottina pronta a scattare qualora deputati e senatori non trovino un accordo in Parlamento per modificare la legge attuale secondo i loro desiderata. La raccolta delle firme inizierà subito, come ha spiegato Antonio Di Pietro: «Bisogna partire nelle prossime ore, dal fine settimana, perché siamo in zona Cesarini». «Noi - ha spiegato Parisi - vogliamo evitare che il Parlamento sia nominato per la terza volta dai capipartito. Berlusconi ha detto che la porcata (la legge elettorale attuale, ndr) quella è e quella rimane. Noi siamo qui per dire che non ce ne siamo fatta una ragione». Bisogna muoversi fin d’ora, ha aggiunto, perché, «il calendario parla da solo, è l’ultima occasione prima della fine della legislatura, per proporre un referendum. Noi riteniamo che non si possa andare ancora una volta al voto con questa legge. La semplice definizione dei collegi richiede cinque mesi. Da anni abbiamo presentato assieme a duecento parlamentari una semplice proposta di un solo articolo che si sarebbe potuta approvare in pochi giorni. È ancora là tra altre migliaia di proposte impolverata sugli scaffali». C’è solo un modo, ha aggiunto Veltroni, per bloccare questo referendum: «L’approvazione in Parlamento di una nuova legge elettorale».
Inutile dire che l’inedito asse tra veltroniani, dipietristi, vendoliani e prodiani, tutti uniti dietro la bandiera del «mattarellum», stuzzica la curiosità dei retroscenisti. L’inedita e multicolore alleanza - unita contro il progetto di «restaurazione proporzionale» firmato da Passigli ma certo tutt’altro che sgradito a Massimo D’Alema e Pier Ferdinando Casini - fa scattare il sospetto che si voglia puntellare l’alleanza a sinistra togliendo l’acqua al mulino dell’alternativa filo-centrista. Quel che è certo è che Pier Luigi Bersani si sarebbe volentieri evitato questa sorta di «Kramer contro Kramer» con un Pd strattonato da opposte raccolte di firme. «L’ultima cosa che un partito di governo e serio come il Pd dovrebbe fare adesso è quello di dividersi sulla legge elettorale. È persino imbarazzante, nell’attuale fase politica italiana, immaginare che dall’interno del partito più significativo dell’opposizione partano proposte alternative per celebrare opposti referendum sulla legge elettorale» dice con amarezza il parlamentare del Pd, Giorgio Merlo. «Sarebbe curioso se, per puro gusto di polemica interna, trasformassimo il tema della legge elettorale in uno scontro politico feroce all’interno del nostro partito». Con il rischio di riaccendere l’ennesima corsa referendaria - sarebbe la sesta dopo quelle del ’91, ’93, ’99, 2000 e 2009 - e l’ennesimo viaggio della speranza verso quel toccasana miracolistico chiamato legge elettorale.