Il Pd, le primarie e i nuovi feudatari

Ferve, nel Pd, un dibattito definito «alto», sulle «primarie» del 14 ottobre. Il dibattito è alto perché si dovrà eleggere il leader del partito, e poi del governo quando sarà, va da sé. E dovrà essere una competizione vera, saranno in gara le diverse personalità, e le diverse idee politiche; se no che primarie sono. E di un partito, poi, che si chiama democratico, come quello dei Kennedy, di Clinton, di Hillary e di Obama, lì le primarie sono gare aperte, semmai un po’ spietate, ma vere, così è la politica.
Su questo gli osservatori, più autorevoli insistono e qualcuno, anzi, comincia a mostrare qualche impazienza. Dopo la candidatura di Veltroni, osserva Panebianco sul Corriere della Sera, «c’era da aspettarsi che altri dirigenti, in disaccordo con la sua linea, si candidassero a loro volta». Lo stesso Veltroni, a Padova per la conquista del Nord, vede tutti, sindacalisti, intellettuali, non ci perdiamo di vista, e fatevi sentire, e ammette magnanimo che ci potranno essere «candidature alternative, purché espressioni di posizioni diverse». Non tutti sono d’accordo, però. Piero Fassino, il ragazzo rosso che da giovane frequentava la federazione torinese del Pci, quella di Gramsci, di Togliatti, di Longo, diffida: «Non trovo convincente la nascita di liste contrapposte, ispirate al desiderio di visibilità di questo o quello». Qualcuno gli spiegherà che la selezione dei dirigenti in un partito democratico nuovo di zecca come è il Pd, è fatta così, ci sono ideali, ambizioni, le primarie sono questo. Ma Fassino è un po’ fuori dal giro, dice che «bisogna misurarsi col tempo nuovo, senza rinnegare la propria storia».
È certo che lui non si presenterà, ma altri vorrebbero farlo. Anche perché le preoccupazioni soprattutto nella Margherita sono diverse. Arturo Parisi, sardo che parla più o meno da solo, parla schietto, teme che le primarie si trasformino in una sorta di plebiscito, disdicevole davvero. E che dalla costituente del 14 ottobre non nasca un partito nuovo, ma un leader autorevole, va bene, ma un po’ troppo, Dio ne guardi.
E di candidati, o meglio di quasi candidati, cominciano a venirne fuori. E dinanzi al ticket Veltroni-Franceschini, un Ds il capo, un Dl il secondo, si ipotizza un tandem (non un ticket, un tandem, pare che sia diverso) composto dal diessino Bersani, quello delle «lenzuolate» liberiste e liberatorie, e da Enrico Letta, giovane, bel sorriso, nipote del più noto Gianni. I due si riuniscono a Milano, tanta bella gente, si esulta, ci siamo, ma loro nicchiano, vedremo, vedremo. Bersani si produce in un elogio per Veltroni che poi sarebbe nel caso il suo avversario, che «ha avuto il coraggio di metterci la faccia», a rigore anche lui potrebbe metterci la sua, ma non si sa, non sono cose che si fanno a cuor leggero, c’è il partito, che per lui è quello emiliano, figuriamoci.
Pian pianino, viene fuori la soluzione «alla Prodi», il precedente del giugno 2005, con tanti candidati, ma tutti prodiani. Cominciano le donne. La prima è Anna Finocchiaro, nella quale molti vedono la loro Ségolène Royal. La Finocchiaro è donna, è bella, non ha però della Segò la levità francese, e socialista, è siciliana, al Nord non va, e poi è del Pci quello tosto, nasce magistrato, un po’ come i marinai del Baltico prima maniera. Dice che si presenterà «per sostenere Veltroni», lo stesso farebbe la Bindi per ricordargli che ci sono anche i cattolici. Ci saranno invece, in provincia, le liste che si definiscono dei quarantenni che si riconoscono in D’Alema, e in Bersani, o in Fassino, o in Rutelli. E il Panebianco teme la nascita di un «partito feudale», con una conta dei territori e degli eserciti come ai tempi del Pci, e della Dc, dorotea o demitiana che fosse. Magari non sarà così, ma il sogno delle primarie belle svanisce all’orizzonte. Quello che nasce sarà un partito democratico, ma Kennedy e Clinton, e Hillary, e Obama lasciamoli perdere, li seguiremo con gusto dagli States, nel 2008.
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