Dal Pd ricetta anti crisi: istituire due "nuove Iri" Asse con l'Udc e l'Idv

Per uscire dalla crisi, Enrico Letta propone di creare due nuovi colossi per unire le principali società energetiche. Ma il Pdl: "No allo statalismo". Accordo Pd-Udc per presentare emendamenti comuni alla manovra: "Ora responsabilità"

Roma - "Una politica choc per il Paese". La definisce così Enrico Letta, in una intervista alla Repubblica, la ricetta del pd per rilanciare il Paese. Una ricetta che farebbe fare all'Italia un salto indietro di vent'anni: per rilanciare la politica industriale, i Democratici vorrebbero mettere in campo un progetto ambizioso ma di precisa marca statalista che al portavoce del Pdl Daniele Capezzone fa tornare in mente l'incubo Iri. Nel pomeriggio, per dare seguito all’incontro avvenuto sabato scorso a Bologna tra il leader dell’Udc e il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, Letta ha poi sentito al telefono Pier Ferdinando Casini per presentare pochi emendamenti al fine di "garantire una invarianza dei saldi complessivi e la certezza dell’approvazione della manovra" da parte del Parlamento. Stesso accordo che è stato poi siglato in serata insieme all'Idv Antonio Di Pietro.

Dieci anni prima che venisse ceduto definitivamente, l'Iri chiudeva l'anno 1992 con quasi 76mila miliardi di lire di fatturato e, soprattutto, con oltre 5mila miliardi di perdite. La storia dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale ha inizio nel 1933 su iniziativa di Benito Mussolini per evitare che le principali banche italiane fallissero trascinandosi dietro l'economia del Belpaese già martoriata dalla crisi del '29. Se durante gli anni Cinquanta l'Iri crebbe al passo con il boom economico, sul finire degli anni Settanta gli oneri finanziari portarono in rosso i conti dell'Istituto e delle sue controllate. Ed è proprio a un carrozzone come l'Iri che, in questi giorni, il Partito democratico sembra guardare per rilanciare il Paese. Mentre infatti la politica discute sulla manovra presentata dal governo Berlusconi, in una intervista a Repubblica, Letta ammette che "per respingere la speculazione occorre che la manovra sia approvata". D'altra parte, entro agosto ci sono 30 miliardi di titoli pubblici da rinnovare. Come fare, dunque? Per l'esponente piddì, "è arrivato il momento di cominciare a parlare di privatizzazioni". Dalle Poste alle Ferrovie, dall'Eni all'Enel, passando anche per Finmeccanica e alle 20mila aziende partecipate degli enti locali. Non solo. Letta pone l'accento anche sulla politica industriale che deve essere rilanciata calando "due nuovi campioni nazionali, con una golden share pubblica e una gestione manageriale". "Da una parte il Polo delle reti italiane, che unisca Terna e Snam Rete Gas scorporata da Eni - precisa Letta - dall'altra parte l'Ans, l'Azienda del nord, grande come Eni ed Enel, che raggruppi tutte le ex grandi municipalizzate del Nord".

Entrambi i progetti sono in netta antitesi rispetto alla direzione prospettata dal governo. In questo modo, il Pd abbandona qualunque velleità liberalizzatrice e di apertura del mercato. Secondo Capezzone, infatti, Letta "immagina altri carrozzoni destinati a far crescere il peso della politica sull’economia e il peso dell’economia di stato e di parastato a danno del mercato, della libera concorrenza tra soggetti privati". Allo Stato non spetta il compito di essere protagonista dell’economia, ma al massimo soggetto di regolazione e controllo. "Niente da fare - scuote la testa il portavoce del Pdl - passano gli anni, ma si ripropone pari pari la logica di piccole e grandi Iri. Il lupo perde il pelo ma non il vizio...".