Pdl unito con il leader o affonderemo in mille correnti

Il dibattito sui problemi e sul futuro del Pdl avviato da Sandro Bondi affronta e unisce due temi. Uno rappresenta un capitolo classico della storia dei partiti. L’altro - sia detto senza alcun intento denigratorio - incarna piuttosto un residuo paretiano di partitocrazia tutto italiano.
Quando i partiti iniziarono a dotarsi di organizzazioni territoriali come conseguenza dell’allargamento del suffragio - eravamo a metà dell’Ottocento - in Gran Bretagna, sul fronte liberale, si sviluppò una guerra intestina tra il leader carismatico, il mitico Gladstone, e il dominus dell’organizzazione, colui che aveva impiantato le radici del partito lungo i territori delle contee, che rispondeva al nome di Chamberlain. Per la prima volta andò così in scena il conflitto tra leadership e apparato. Nel pieno della tenzone, successe che sul territorio gli uomini che oliavano la macchina del partito e ne alimentavano gli ingranaggi si accorsero che del leader non potevano fare a meno, perché era lui che concedeva loro legittimazione e forza politica. Cosicché Chamberlain fu costretto ad andarsene e a fondare un altro partito, mentre in casa liberale, chiarito l’equivoco, si stabilì finalmente quell’alleanza tra carisma e organizzazione nella quale il più grande sociologo moderno, Max Weber, scorse gli embrioni dei partiti dell’era mediatica.
Nel Pdl si sta riproducendo questo schema. Non è in discussione la possibilità del territorio di esprimere la sua influenza, soprattutto in occasione delle elezioni amministrative. Ma questa forza non può essere autoreferenziale, e soprattutto non può pensare di minare la legittimità della leadership. Anche perché se così fosse, col passare del tempo, priva di vincoli e di autocontrollo, depotenziando la fonte del carisma, l’organizzazione finirebbe per erodere la sua stessa legittimazione.
E qui entra in gioco il residuo partitocratico, al quale ha fatto riferimento Fabrizio Cicchitto su queste pagine. Egli insiste sulla diversa natura dei due principali partiti confluiti nel Popolo della libertà. Mentre Forza Italia sarebbe l’aggregazione di persone approdate alla politica all’ombra del carisma di Silvio Berlusconi, per prassi e statuto mai organizzatesi in correnti, la consolidata strutturazione correntizia di Alleanza nazionale ha giocato invece un ruolo importante nella penetrazione territoriale di quel partito.
Come conseguenza di questo ragionamento, nel momento in cui il rapporto tra leadership e organizzazione viene rimesso in discussione, ci si troverebbe di fronte a una pericolosa asimmetria. Quella per cui, a conti fatti, pur col suo 30% di originaria rappresentanza, An sarebbe destinata a incrementare il suo potere di insediamento grazie all’impiego di una formula organizzativa - la corrente, per l’appunto - inibita ai «notabili» provenienti da Forza Italia. Cicchitto non lo dice, ma lo lascia intendere: nella parte di Pdl che si riconosce nella vecchia An vi sono berlusconiani, agnostici e anti-berlusconiani. Queste «scuole di pensiero» sono organizzate in correnti distinte, ma non hanno smarrito il riferimento a una comune famiglia politica e, giocando i propri ruoli sullo scacchiere, organizzandosi, finiranno inevitabilmente per occupare spazi sempre più ampi nel nuovo partito, indipendentemente dalle «quotazioni» di partenza.
Come evitare che questo avvenga? Io non credo che la soluzione al busillis possa essere la formazione di una corrente contrapposta formata dagli «ex» di Forza Italia. Anche se lo volessimo, non ne saremmo capaci. E, comunque, l’uovo di Colombo non può risiedere negli assi preferenziali, nelle convergenze parallele, nelle formule geometriche che sanno di muffa fin dal nome con cui le si identifica. Confido, piuttosto, in un’unica ricetta possibile: quella di dar vita a una classe dirigente politica coesa e responsabile, in grado di affiancare la leadership carismatica e di supportarla. E, soprattutto, capace di evitare che il ruolo delle organizzazioni territoriali possa sconfinare nel prevalere di particolarismi che, se non disciplinati, finiranno per minare alla base la forza unificante della leadership: di quella di oggi o di quella di domani. Solo se questa classe politica nascerà, «reclutando» i suoi effettivi fra le file di Forza Italia e di An, e cooptando energie indispensabili dalla «generazione Pdl», il nostro partito potrà essere un protagonista della nuova Italia. In caso contrario, si tratterà di una parentesi destinata a chiudersi con l’entusiasmante stagione che stiamo vivendo, animata dalla forza carismatica, nazionale e popolare di Berlusconi. In tal caso, ognuno sarà destinato a prendere il largo con la propria corrente, il proprio segmento più o meno angusto, a bordo della propria piccola scialuppa. E se questo dovesse accadere, a perderci sarà non solo il Pdl ma il Paese, perché la diaspora dei liberali e dei moderati renderebbe inevitabile un processo di frammentazione che nessuna democrazia moderna ed efficiente può sopportare.
*Vicecapogruppo senatori Pdl