Pensatoio flop: chi è il "cervello" che ha affondato Franceschini

Il «think tank» di Piero Martino, una vita negli uffici stampa:
guadagna più del suo principale a cui detta consigli che lo mandano
fuori strada

Roma - Più d’uno, anche nel Pd, in questi giorni si è posto la domanda fatale: ma chi diavolo è il demiurgo della strategia di Dario Franceschini? In effetti sono molti a chiederselo, alla luce di alcuni curiosi scivoloni di cui il leader del Pd si è reso protagonista in queste settimane, tra repentini cambi di marcia, dichiarazioni contraddittorie, inspiegabili stop and go. La prima risposta è: lui stesso, Dario ama decidere da sé. La seconda, invece, porta al nome di Piero Martino, portavoce, «spin doctor», 45enne, navigatore di lungo corso del Transatlantico, uno che ha passato una vita nell’ufficiostampismo popolare, margheritico e affine, prima di arrivare in Parlamento come paracadutato eccellente, da «nominato» nelle liste elettorali della Sicilia Occidentale.

Memorabile il programma illustrato agli elettori: «Sono a disposizione della Sicilia, da comunicatore, per fare da megafono in Parlamento delle esigenze della regione». Il bello è che i siciliani non lo avevano mai visto prima, e mai lo hanno visto poi. Né è giunta eco, parlamentare e non, di questo poderoso «effetto megafono» che il grande comunicatore dichiarava di voler suscitare a Roma. Invece tutti nel Pd hanno potuto deliziarsi quando l’obbligo di presentare la dichiarazione dei redditi una volta eletto a Montecitorio, ha fatto emergere un altro particolare spassoso: Martino (da portavoce del suo leader) guadagnava la non irrilevante cifra di 222mila 693 euro. Mentre Franceschini, «il voce-portato» (pur sommando i diritti d’autore dei suoi libri al reddito da deputato) si fermava a 220mila euro. In pratica: un singolare caso in cui il dipendente guadagna più del principale. Il fatto è che Martino, già ben remunerato dal partito per le sue doti di Comunicatore, arrotondava con un plafond di consulenze raggranellate facendo fruttare il suo ruolo, fra ministeri e incarichi vari (beato lui).
Martino ama stare nell’ombra, non si ha memoria delle sue doti oratorie, non va in tv. Franceschini ha un viso pulito, una ottima capacità di esprimersi in modo chiaro, è simpatico ai militanti, ha un sorriso da bravo ragazzo, sa essere grintoso. I due si completano, secondo uno schema classico, «per contrario». Ma non c’è dubbio alcuno che in almeno tre casi, nelle scelte comunicative, il segretario e i suoi consulenti sono andati fuori pista. Memorabile la vicenda del 25 Aprile. Il leader del Pd, che sa di dover far accettare i suoi trascorsi diccì alla base postcomunista, esordisce con una trovata: il giuramento sulla Costituzione alla presenza del padre. È il primo saggio di marketing aggressivo: recuperare identità resistenziale, rispetto agli annacquamenti veltroniani. Walter si sforzava di far dimenticare la sua matrice comunista (come è noto - anche se ci crede solo lui - dice di non esserlo mai stato), Franceschini, che non lo è mai stato davvero, si sforza di alludere ai valori di quella cultura. Il pasticciaccio si compie il 25 Aprile quando, forte delle storiche assenze di Berlusconi negli anniversari della Liberazione, Franceschini «sfida» il premier: venga con me, a celebrarlo insieme (magari in Abruzzo) se ha il fegato per farlo. Il bello è che «la sfida» finisce subito male, perché Berlusconi a sorpresa dice sì: i giornalisti apprendono che il luogo prescelto è Onna, paese più martoriato dal terremoto. Non sanno ancora, però, che una volta giunti sul posto, di prima mattina, non incontreranno né Franceschini, né i suoi spin doctor.

Il segretario si è alzato con le galline, si è concesso una toccata e fuga, ed è volato a Milano. Motivo? Evitare una foto-opportunity con Berlusconi. Si ritorna all’eterno paradosso dell’irrisolutezza veltroniana: Franceschini in Abruzzo con il Cavaliere c’è stato, ma anche no. Il bello è che se il leader del Pd non può correre il rischio di quella foto, è perché sta in quelle ore stravolgendo la linea comunicativa da lui tenuta fino a quel momento, da vice di Veltroni e in seguito: fine dell’antiberlusconismo, non-conflittualità, dialogo sulle riforme. Una pasticcio politico che ha prodotto la più leggendaria perifrasi veltroniana, quella per cui, invece di dire «Berlusconi», sillabava: «Il principale leader dello schieramento a noi avverso».

Franceschini, dopo il defenestramento di Veltroni, cambia rotta, ma sospende le ostilità in occasione delle nomine. Berlusconi è (tecnicamente) «un clerico-fascista» (ipse dixit), ma con lui si dialoga se c’è da rimuovere la scheggia impazzita di Villari, se c’è da nominare il Cda, da designare il nuovo presidente della Rai. Portate a casa le nomine, il Cav torna clerico-fascista. Veltroni si faceva scippare il monopolio dell’opposizione da Di Pietro, Franceschini si oppone - ironizza Claudio Fava - «Trenta giorni all’anno in corrispondenza delle scadenze elettorali». E le sospende di nuovo se deve concordare con il centrodestra lo sbarramento elettorale del 4%. Martino, se non altro, Veltroni non lo ha mai amato.

I cronisti lo hanno sentito più volte sospirare mentre indica la torretta del Quirinale: «Se non c’era Veltroni il mio posto era quello». Piero si riferiva alla grande occasione persa (per lui), accompagnare il suo originario mentore, Franco Marini, in caso di elezione al Colle. Un piano naufragato, come è noto, nei giorni in cui Veltroni scaricava il lupo marsicano per tirare la volata a Ciampi. Martino ha percorso tutta la sua carriera negli uffici stampa e nei giornali di partito, al pari di un altro deputato del nucleo duro franceschiniano, Francesco Saverio Garofani. Ma al contrario di lui, curiosamente, tiene al suo ruolo tecnico: «Non ho mai avuto una tessera di partito in tasca». È difficile distinguere di chi sia la responsabilità della linea schizofrenica sul caso Noemi. Il leader del Pd esordisce con una sentenza buonsensista e garantista («Tra moglie e marito non mettere il dito»), per poi arrivare a uno sconfinamento nel lessico familiare («Fareste educare il vostri figli a Berlusconi?») che lo costringe a fare retromarcia e produce il compattamento di tutti gli eredi del premier. La campagna propositiva (quella incomprensibile con gli omini che spingono le parole chiave del Pd fuori dal manifesto) è stata precipitosamente corretta con un poster da scontro di civiltà: «Solo un grande partito può battere questa destra».

Martino cura la regia delle interviste, le ospitate in tv, se serve imbavaglia i candidati improvvidi (fu lui a blindare Marianna Madia, dopo le note dichiarazioni sull’«inesperienza») ma gira e rigira si torna sempre a bomba: i leader del Pd iniziano da dottor Jekill e finiscono da mister Hyde. Condannano l’antiberlusconismo, ma ci si appendono quando sono alla canna del gas. La campagna buonista viene fatta a pezzi dai blogger (che mettono gli stessi omini a spingere fuori parole come «Democristiani» e «Binetti»), quella anti-Cavaliere dalla parodia di Sinistra e libertà: «Solo una grande sinistra, può battere questa destra». Auguri.