Pentagono, via al piano "Guantanamo chiude"

Il ministro della Difesa americano, Robert Gates, anticipa i tempi e
mette in moto le procedure per trasferire i detenuti del penitenziario
militare. Intanto <strong><a href="/a.pic1?ID=315495">Cuba rilancia il dialogo</a></strong> con gli Usa e propone uno scambio di prigionieri

Washington - Guantanamo, si chiude. Non è proprio l'annuncio ufficiale ma è la cosa più simile: è la promessa del ministro della Difesa americano Gates. Ministro, va notato, nel governo che se ne va, l'amministrazione Bush, e in quello che tra un mese esatto gli succederà, l'amministrazione Obama. Se c'è “rottura“, dunque, è il meno scoperta possibile. Se c'è continuità, è sfumata nel modo migliore. Non è il primo indizio che ambedue le parti fanno il possibile non soltanto per assicurare una transazione “indolore“ ma anche il più possibile in consonanza con le richieste dell'opinione pubblica. Non soltanto americana, nel caso di Guantanamo.

Gates ha parlato con prudenza nella precisione. La scelta è stata compiuta in linea di principio e se ne riconosce anche l'urgenza, ma la «vecchia America» aveva già avviato un progetto di studio non tanto sulle modalità di chiusura di quello che è definito un carcere anche se in realtà è piuttosto un campo di concentramento essendo i suoi “ospiti“ militari. La “nuova America“ accelererà certamente i tempi perché quella che da parte di Bush è stata soprattutto una tardiva concessione, fa parte invece del programma di Obama. Ma non tutti i problemi tecnici sono ancora stati risolti. Guantanamo ha, meritatamente, una pessima fama, soprattutto dal punto di vista del diritto internazionale, ma ciò non significa che i detenuti siano lì tutti per sbaglio e possano essere tranquillamente rimessi in giro a piede libero. Sono, lo ha ribadito anche ieri il portavoce di Gates, individui pericolosi «per la sicurezza del popolo americano» e devono essere comunque tenuti lontani dalle possibilità di far del male e, se possibile, anche dalle tentazioni. Non potranno, però, essere trasferiti in prigioni americane, perché in questo caso verrebbero considerati civili e godrebbero dunque delle normali garanzie giuridiche. Non possono rimanere in detenzione militare, anzi non avrebbero mai dovuto esserci perché non gli è stata riconosciuta la qualifica di prigioniero di guerra con le conseguenti garanzie ai sensi della Convenzione Internazionale di Ginevra. Su suolo americano, a quanto pare, potranno restarci solo quelli cui si farà un regolare processo, il che non è mai stato nelle intenzioni originarie.

Proprio contestando tale impostazione alcuni detenuti si sono pochi giorni fa dichiarati colpevoli di reati che comportano la pena di morte nella speranza di rendere così inevitabile un processo penale. La soluzione più comoda e dunque più gradita sarebbe il trasferimento dei prigionieri di Guantanamo in Paesi stranieri che forniscano tutte le garanzie all'America di custodirli in condizioni di “totale sicurezza“. In altri termini, di non lasciarli mai uscire. È una formula già sperimentata, non si sa con quanto successo, immediatamente dopo la strage di Manhattan e sempre più in seguito all'occupazione americana dell'Afghanistan e dell'Irak, con una serie di accordi segreti che hanno sollevato dubbi e proteste sia per la forma sia per la sostanza, anche perché i Paesi “guardiani“ hanno in molti casi la tortura facile.

Una soluzione si troverà, più rapidamente anche se non proprio più facilmente, con l'avvento della nuova amministrazione a Washington. La chiusura di Guantanamo sarà però, non va dimenticato, un gesto in gran parte simbolico perché quel centro di detenzione a Cuba, dove inizialmente regnavano condizioni per alcuni aspetti inumane, si è oggi in buona parte “normalizzato“. Molti abusi sono ora sotto controllo, gran parte dei detenuti sono stati «sfollati». Condizioni peggiori e più gravi permangono semmai da altri prigioni disseminate nel mondo, particolarmente in Irak (il caso più noto è quello di Abu Ghraib) e in Afghanistan ma anche in località sconosciute e in carceri in qualche caso tuttora segrete.

Ma Guantanamo resta un simbolo. È stato anche un capitolo oscuro ma non separabile della reazione americana all'assalto diretto del terrorismo. Se un giorno se ne farà la storia potranno venire fuori sorprese: per esempio che la durezza delle condizioni di imprigionamento non è stata tenuta segreta come sarebbe stato possibile anche perché qualcuno a Washington riteneva inizialmente che lasciarla trapelare avrebbe potuto creare panico tra i terroristi e soprattutto fra i loro simpatizzanti. Un calcolo che può anche essere riuscito in qualche caso ma che nel complesso si è rivelato errato. Guantanamo è costato all'America come alcune piccole battaglie perdute. Ha messo Washington sul banco degli imputati di fronte all'opinione pubblica internazionale. Un posto che non era mai stato e non è quello dell'America. Voltare pagina non è una capitolazione ma un investimento nel futuro.