Pera agli alleati: «Senza identità non si vince»

Mario Sechi

da Roma

Presidente Marcello Pera, il 17 dicembre, al Teatro Valle a Milano, lei terrà un incontro pubblico con Alfredo Mantovano, Fiamma Nirenstein e Magdi Allam. Un dibattito del Presidente del Senato, un laico, con un politico cattolico della destra, una scrittrice ebrea, un intellettuale arabo. La religione delle istituzioni, Dio e Allah insieme. Per che cosa?
«Lo dice il titolo dell’incontro: per ribadire il dovere dell’identità. Intesa non come una barriera o una minaccia, ma come quel bagaglio di valori e tradizioni che fanno di ciascuno di noi qualcosa di riconoscibile anche agli altri. La nostra in particolare è quella che abbiamo in comune anche se professiamo religioni diverse o non siamo credenti. L’identità che intendiamo affermare e difendere è quella occidentale dei princìpi di libertà e democrazia e dei valori fondamentali, a cominciare dal rispetto della persona umana. È l’identità che consente a persone con culture differenti di intendersi, senza rinunziare a quello che sono per tradizione e per scelta».
E c’è bisogno di un convegno per ribadire concetti apparentemente così elementari?
«Ce n’è bisogno anche di più d’uno. E fa bene la Fondazione “Magna Carta” a insistere. Perché, soprattutto in questa Europa pallida, smarrita, incerta e impaurita e sotto attacco da parte del terrorismo e del fondamentalismo di matrice islamica, ribadire chi siamo e in che cosa crediamo è il primo passo per provare a difenderci. L’alternativa è la resa: che mi pare essere la scelta prevalente della cultura europea e purtroppo anche di alcuni politici. Salvo poi, davanti all’emergenza, riconoscere, come ha fatto il presidente Chirac, che esiste effettivamente una “crisi di identità”. E allora, se ammettiamo che questa crisi esiste, il problema diventa uno solo: come si risolve? Di quale identità siamo in cerca?».
Ma l’identità europea di cui lei parla, come ha più volte ribadito, è quella giudaico-cristiana. Come la mettete allora con l’Islam?
«Che l’identità europea sia giudaico-cristiana lo sanno tutti, fuorché i padri della Costituzione europea ora congelata. Questa identità è un fatto storico che deriva dalla nostra tradizione. Però non è un fatto che vale solo per noi. L’Europa e l’Occidente l’hanno messa a disposizione di tutti. Esiste un insieme di princìpi e valori - non a caso richiamati nelle Carte dei diritti internazionali - che sono universali. Il rispetto della vita, la dignità della persona, l’uguaglianza, a cominciare da quella uomo-donna, la libertà di professare una religione, sono beni dell’umanità, di tutti e ciascuno, indipendentemente dalla religione professata. E se lo sono, la questione non è più storica, e ancor meno teologica. La questione è culturale e politica: dobbiamo crederci in questo bene dell’umanità e dunque affermarlo, promuoverlo, esportarlo? Oppure dobbiamo nasconderlo, rinchiuderci in casa, e goderlo da soli dentro le mura domestiche? Il fondamentalismo si batte così: non diluendo la nostra identità fino ad annullarla, ma riconoscendola».
Addio dialogo fra culture, allora?
«Al contrario, il senso della manifestazione è proprio quello di dimostrare che il dialogo è possibile. A condizione che la parola “dialogo” non si riduca alla traduzione della parola “appeasement”, cioè venire a patti con l’avversario. Perché il dialogo, quando è vero e non una vuota esercitazione retorica, presuppone che gli interlocutori non rinuncino alle loro ragioni. Ma se noi abbiamo timore di dirci chi siamo e se crediamo che rivendicare la nostra identità sia un gesto di arroganza, come si può dialogare? Ha mai visto un dialogo in cui uno dice: “Vergognati”, “Sei il Grande Satana”, “La tua civiltà è corrotta fin dai fondamenti”, “Ti distruggiamo perché giudeo e crociato”, e l’altro risponde: “Ti comprendo”, “Hai ragione”, “Chiedo scusa”, “I terroristi siamo noi”?»
È vero che state pensando a una «lista delle tre religioni» per le elezioni politiche?
«No, stiamo partecipando ad un convegno in cui persone di tre religioni differenti vogliono affermare la loro intenzione di difendere i valori fondanti dell’Europa e dell’Occidente, quelli stessi che sono scritti nelle nostre Costituzioni o nella Carta dell’Onu. Se vuole, è un convegno contro l’oblio. È cosa più importante di una lista. Dovrebbe essere il fondamento di tutte le liste, almeno quelle di centrodestra, che su questi temi mi sembrano un po’ troppo disattente».
Lei qualche giorno fa ha detto che «continuerà a dare fastidio». Qual è il suo rapporto con Forza Italia?
«Ottimo. Ma ho per l’appunto una richiesta insistente: che non sottovaluti i temi dell’identità, in nessuno degli ambiti in cui questi si manifestano, compreso quello della bioetica. Capisco la natura trasversale del partito, le sue tante storie, ma farei fatica a credere che, per ragioni di armonia, Forza Italia rinunciasse a misurarsi con questioni che un numero sempre crescente di cittadini ritengono fondamentali. Dà fastidio sollevare queste questioni? Allora occorre dare fastidio».
Quale rapporto si è creato in questo periodo con Roberto Formigoni e Comunione e Liberazione? Lei aspira a diventare l’ideologo di un nuovo movimento politico?
«Col presidente Formigoni ho un rapporto di reciproca stima e di amicizia. Anch’egli si pone le mie stesse domande e vuole trovare le risposte politiche giuste. Lo stesso vale per Comunione e Liberazione. Nessuno aspira a fare l’ideologo. Per fortuna, quella stagione è finita. Ma cerchiamo in tanti di portare all'attenzione della gente, che è già vigile, questioni cruciali, che io ritengo punti di discrimine fra le coalizioni».
Recentemente a Catania lei ha sottolineato che Forza Italia ha trovato la risposta giusta al problema del terrorismo e del fondamentalismo islamico. Allora, secondo lei, Forza Italia è un partito ancora in grado di dare queste risposte?
«La politica estera ed europea di Forza Italia è ciò che meglio ha funzionato nell’esperienza di governo. L’analisi del fondamentalismo e del terrorismo come fenomeni di aggressione e non di reazione a nostri supposti torti ha ricevuto numerose conferme. Lo stesso vale per la scelta di rafforzare l’alleanza con gli Stati Uniti. Forza Italia ha capito benissimo cosa sia successo davvero l’11 settembre, e non ha fatto come quelli che hanno subito detto “siamo tutti americani” per poi dileguarsi il giorno dopo».
In Europa si è aperto un dibattito sui voli della Cia e le cosiddette prigioni segrete nel Vecchio Continente. Il Wall Street Journal ha sottolineato il comportamento di alcuni leader europei con queste parole: opportunismo e codardia politica. Condivide o dissente?
«Il terrorismo è una guerra sporca che sporca anche coloro che la combattono. Ci si può e deve sporcare il meno possibile, ma è ingenuo pensare che quando sono in gioco attentati, stragi e massacri, le forme possano essere sempre rispettate. Certo, ci sono dei limiti e gli Stati democratici non possono scendere al livello dei terroristi. Ma c’è anche un bene supremo da tutelare: la vita e la sicurezza dei cittadini. Il Wall Street Journal mette il dito sulla piaga. L’Europa agisce poco e quando lo fa ha vergogna di ammetterlo».
Torniamo in Italia. Il Senato si appresta a discutere e votare la riforma elettorale. Perché si è tornati al proporzionale?
«Perché il maggioritario si era già proporzionalizzato. I partiti non si sono mai fusi tra loro, non hanno mai voluto perdere la loro irriducibile identità, neanche i più piccoli. E poi perché col proporzionale molti pensano che sarà più facile cambiare il presidente del consiglio, di destra o di sinistra che sia. “Mani libere”, insomma. Ho brutti presagi. Il rischio ovvio è quello della perdita della stabilità, che invece è un bene in sé, specialmente di questi tempi».
Pacs, aborto, fecondazione, eutanasia. Dove cominciano le ragioni dello Stato e finiscono quelle della Chiesa?
«È il tema dello Stato laico che ha trovato espressione nella classica formula “Libera Chiesa in Libero Stato”. Secondo me, questa formula oggi è superata. Andava bene quando i bambini nascevano in casa, si moriva più giovani e con più rassegnazione, e si procreava in un solo modo. Al tempo di Cavour, la bioetica non c’era. Oggi è impossibile pensare e pretendere che la Chiesa sia muta di fronte a questioni di coscienza che sono sempre state suo territorio etico. E anche il confine tradizionale fra religione e politica non può più essere lo stesso, perché è la politica, con la sua legislazione sui temi bioetici, che entra nel campo tradizionalmente riservato alla religione. C’è in giro una nuova sensibilità, che è sciocco ignorare e colpevole demonizzare. Il risultato del referendum insegna, naturalmente a chi vuole imparare».
La sinistra su questi temi si dichiara illuminata e forse anche illuminista. E contemporaneamente applica una cultura del No su qualsiasi riforma proveniente dal centrodestra. Perché?
«Perché tanta gente a sinistra, ma non solo a sinistra, oltre che illuminata e illuminista rivendica di essere laicista. Ciò significa che sono contrari ai sentimenti religiosi ed al fatto che essi possano riversarsi anche nella legislazione. E questo non perché sono laici, e perciò disponibili a valutare le diverse opzioni e accettare i necessari compromessi, ma perché sono dogmatici e vogliono sostituire una religione, in particolare quella cristiana, con un'altra: quella della ragione, dei diritti, della scienza, del progresso, del libero pensiero, o comunque si chiamino i miti a cui i laicisti si richiamano».
Perché la destra italiana cerca sempre di essere sdoganata dalla sinistra? Lei ha detto che spesso si scimmiotta l’opposizione.
«Talvolta ho questa impressione. Si tratta di un complesso di inferiorità che ha le sue ragioni storiche ma che va superato. Per quanto mi riguarda, ho sempre cercato di pensare con la mia testa, anche quando disturbo alleati e amici. E non mi aspetto di essere sdoganato da nessuno».
Lei recentemente ha potuto leggere sui giornali intercettazioni che la riguardano. È accaduta la stessa cosa al Presidente della Camera e al Premier. Non si hanno notizie di iniziative del Csm, né si sentono proteste dei garantisti.
«In questo paese, con i tempi biblici della giustizia, il modo più rapido per avere una condanna definitiva, ma non in tribunale, è quello di incappare in una intercettazione. Ma il Csm in questo caso non c’entra. Il Csm fa tante cose che non sono sicuro gli competano, ma, salvo abusi accertati, questa no, non gli compete di certo. Quanto al garantismo non mi sembra che ne sia rimasto molto in questo paese. Almeno non di quello genuino. Altrimenti avremmo dovuto sentire ben maggiori proteste contro le discriminazioni, anche legislative, che ha subito l'onorevole Previti: se una norma vale per tutti deve valere anche per lui. E invece è già la seconda volta che si fanno leggi contro di lui».
Come si spiega che il Foglio di Giuliano Ferrara la attacca quasi ogni giorno? Non dovreste essere alleati sullo stesso fronte?
«Non so dire perché ce l’abbia tanto con me. Prima mi sono stupito, poi dispiaciuto, anche perché ho sempre avvertito quel giornale un po’ come casa mia, avendo contribuito con Marco Boato a farlo nascere. Credo di aver capito che Ferrara ama essere il migliore, «emme» maiuscola o minuscola veda lei. Ci ho fatto il callo e ci sorrido».
Farà anche lei campagna elettorale come il Presidente Casini?
«Quando sarà sciolto il Parlamento, sì».