Perazza, gli «scarabocchi» che diventano business

Il designer di prodotti per la casa, oltre che al museo di New York, è presente anche nella collezione permanente del Victoria and Albert Museum di Londra. I prodotti vanno dall’asse da stiro, alla scaletta, fino allo scolapiatti

È un imprenditore di design pur non sapendo andare più in là di qualche scarabocchio. Anzi, Eugenio Perazza, veneziano di Ceggia, figlio di un operaio di Porto Marghera, diploma di ragioniere al Marconi di Portogruaro, una matita sempre tra le mani e occhiali da vista incollati sulla fronte, considera proprio questo fatto uno dei suoi punti di forza: allorché il titolare di un'azienda si fa prendere, spiega, «dalla pazza voglia di disegnare, allora possono esserci anche periodi non felici in quanto non è più in grado di dare un giudizio obiettivo». Come dire: finisce per considerare meraviglioso un prodotto solo perché l'ha disegnato lui anche se in realtà si tratta di una schifezza. Ed è un rischio che invece la sua azienda, di nome Magis, non corre.
Curiosamente poi Perazza diventa imprenditore di design pur lavorando in un angolo del Nord-Est, a Motta di Livenza, provincia di Treviso ma quasi al confine con quella di Venezia, e quindi in una zona fuori dai circuiti canonici come quelli di Milano in cui questa cultura viene assimilata in modo naturale. E lo diventa dopo avere lavorato in un'impresa veneta che copia tutto ciò che c'è di bello in commercio nel mondo della casa.
L’esordio. Dice: «Mi sono avvicinato al design per contrasto culturale più che per assimilazione». Così, grazie proprio a questo «contrasto culturale», Perazza intuisce già nei primi anni Settanta l'importanza del design come fattore che può generare valore e ricchezza per un'azienda. Si rivolge quindi a vari designer che col tempo diventano anche famosi, da Richard Sapper ad Andries Van Onck e alla moglie Hiroko Takeda, da Marc Berthier a Jasper Morrison e Stefano Giovannoni. Cerca inoltre di dare, racconta, «dignità estetica a prodotti di servizio per la casa», dall'asse da stiro alla scaletta e allo scolapiatti, tirando comunque la carretta per una ventina d'anni prima di arrivare al successo a metà degli anni Novanta e guadagnarsi un posto nelle collezioni permanenti di vari musei, dal Moma di New York al Victoria and Albert Museum di Londra. Scommette anche a lungo, per una trentina d'anni, sulla plastica, abbraccia invece nel nuovo millennio altre tecnologie come la pressofusione di alluminio e dal momento che all'inizio della sua avventura imprenditoriale non ha una lira, sceglie un tipo di soluzione organizzativa che è tuttora valida: lui cura il progetto e la vendita mentre la produzione viene data tutta fuori, in outsourcing, ad una decina di imprese. Dice: «Di fatto siamo un'azienda di servizi».
La storia. Classe 1940, calvizie pronunciata e fisico robusto, giocatore di bocce ma anche ciclista con ben tre bici sportive, passione per i cani e la cucina, entusiasmo alle stelle che lo porta spesso a parlare a raffica e a mangiarsi qualche sillaba, Perazza abita tuttora a Ceggia e fa ogni giorno il pendolare con Motta di Livenza. Lavora da quando ha 15 anni, passando ogni estate nello zuccherificio che l'Eridania ha proprio a Ceggia. Ma il suo primo vero lavoro risale al 1959 quando si occupa a San Donà di Piave del recupero crediti in un'azienda di avvolgibili in legno. Un paio d'anni dopo è a Motta di Livenza in un'altra impresa che realizza serrande di acciaio per garage e negozi. Più tardi, nel 1966, va a Musile di Piave in un'azienda piuttosto grossa che produce oggetti per la casa, dallo stendibiancheria allo scolapiatti, ma interamente copiati da quelli in commercio. E venduti ad un prezzo inferiore rispetto agli originali. Perazza è il responsabile dell'amministrazione ma ad un certo punto si occupa anche delle vendite. Scoprendo che il settore gli piace. Un giorno va dal titolare dell'impresa che investe cifre notevoli nel processo produttivo ma niente, proprio niente, nella ricerca e sviluppo. E gli dice che bisogna cambiare registro. Si sente rispondere: «Presenta tu un progetto». Ci pensa una, due settimane, nessuna idea. Finché un giorno, camminando per le calli di Venezia, è attratto dalla copertina di un libro esposto in una vetrina: in primo piano c'è una sedia disegnata da Herry Bertoia in tondino d'acciaio, lo stesso materiale usato nell'azienda in cui lavora. Compra il libro, acquista anche due di quelle sedie che costano un occhio della testa, ottocentomila lire l'una, le porta dal suo ufficio tecnico per capire quanto costa produrle. La risposta è sbalorditiva: ventimila lire. Chiede quindi ad un amico dirigente all'Olivetti, che allora, dice, «era per me la cattedrale mondiale del design», il nome di un giovane designer. Ed entra così in contatto con Richard Sapper, il tedesco che lavora a Milano nello studio di Marco Zanuso. E Sapper accetta. Ma quando Perazza va dal suo titolare, rimane di ghiaccio dalla risposta che ottiene: «L'idea è bella ma a me non interessa lavorare con un designer, per giunta straniero».
Perazza, che ha 36 anni e vuole percorrere quella strada pur non avendo il becco di un quattrino, si dimette e con un paio di amici apre nel luglio 1976 in un appartamentino in affitto la Magis, parola latina per dire «di più». Ma per quanto cerchi di mettere sempre qualcosa «di più» nei suoi progetti, i primi anni sono davvero difficili. I soldi finiscono tutti nell'acquisto degli stampi per il primo progetto, un carrello bar. La produzione viene quindi delegata tutta all'esterno ed anche la logistica è affidata ad un corriere, Domenichelli, che fa pure da magazzino. I due soci poi se ne vanno e lui resta solo. Finché un cliente, Luis Guera, pioniere del design in Portogallo, gli dice di avere visto in una fiera il prototipo di una sedia in tondino d'acciaio realizzato da un'impresa danese. E l'azienda è alla ricerca di un partner. Perazza vola a Copenaghen e acquista in esclusiva i diritti di produzione e distribuzione, salvo i Paesi scandinavi, di quella sedia che si chiama X-Line ed è disegnata da Niels Jorgen Haugessen. La produzione viene poi data all'esterno mentre Perazza cura la vendita che è buona, duecentomila sedie in dieci anni. Così la Magis, che a quei tempi ha una struttura molto snella, tre dipendenti in tutto, tira un po' il fiato e lo tira anche nel 1984 quando comincia la collaborazione decennale con Andries Van Onck e la moglie Hiroko Takeda.
L’evoluzione. I coniugi Van Onck sono consulenti della Zanussi di Pordenone, ad una quarantina di chilometri. E due volte alla settimana, finito il lavoro alla Zanussi, marito e moglie si trasferiscono a Motta di Livenza. L'appuntamento fisso è al ristorante Revedin. Già, perché davanti ad un risotto ai frutti di mare e ad un calice di prosecco, i tre discutono per ore di progetti e design. Nascono così la scaletta Step, il tavolo regolabile in altezza Lem, la sedia pieghevole Cricket. Col tempo la gamma dei designer viene ampliata finché nel 1994 c'è l'incontro con l'inglese Jasper Morrison e la nascita di Bottle, il portabottiglie in plastica, e due anni più tardi quello con il ligure Stefano Giovannoni che realizza Bombo, lo sgabello da bar tra gli oggetti più venduti del design italiano, 50mila pezzi all'anno, ma anche tra i più copiati. Morrison disegna quindi Air-Chair, un progetto esposto al Moma di New York: è infatti la prima sedia realizzata in plastica con la tecnologia dell'air-moulding. E poi è la volta di Déjà-vu, la sedia di Naoto Fukasawa, di Chair-One di Konstantin Grcic, di Me Too, la collezione di oggetti e mobili per i bambini dai 2 ai 6 anni, della scaletta Flo di Marcello Ziliani, della collezione per esterni Striped dei fratelli Bouroullec.
La Magis, che ha un negozio di casalinghi a Pordenone e sta realizzando il nuovo stabilimento a Torre di Mosto, provincia di Venezia, ha 40 dipendenti (più di 300 con l'indotto) e un fatturato di 21 milioni di euro di cui l'85% con l'export. Il 60% del giro d'affari è destinato alla casa, il 40% al settore contract, cioè bar e ristoranti. Ed è il contract, sostiene Perazza, «quello destinato a crescere». Sposato con Marilena Marcon, maestra a Ceggia, e padre di un figlio, Alberto, 1971, laurea alla Cà Foscari in economia, in azienda da dieci anni e responsabile dei mercati internazionali, Perazza è convinto che il design sia «come un vestito su misura» in grado di esprimere «il pensiero e la cultura dell'azienda» e che quindi la sua Magis si differenzi proprio in questo dalla concorrenza. Dice: «A noi occorrono tre anni almeno perché un'idea arrivi sul mercato. Ma siamo first mover, i primi; gli altri seguono».
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