Perché il cibo «etico» non fa sempre bene

Eleonora Barbieri

Equo e solidale, biologico, locale. Le parole magiche che rendono il carrello della spesa una specie di messaggio politico. Contro i privilegi e la globalizzazione, anti pesticidi, anti emissioni di carbonio. Il gesto di comprare è così semplice. E c’è chi prova a salvare il mondo, l’ambiente e i piccoli coltivatori seguendo le regole dell’acquisto politicamente corretto. Bastano una buona guida, un negozietto biologico di fiducia, la fattoria dove comprare durante il weekend, la scritta rassicurante «commercio equo». Fairtrade, dice l’inglese. Ma non è sempre così buono, e neppure così facile. È quanto spiega il nuovo numero dell’Economist: «Perché lo shopping etico danneggia il mondo». Punto per punto, perché quello del cibo è uno degli elementi centrali nella battaglia per l’ambiente e lo sviluppo. E perché «l’idea di salvare il mondo facendo shopping» è attraente ma, purtroppo, non sempre corrisponde al vero.
I primi dubbi sono avanzati dal guru della «rivoluzione verde», il premio Nobel per la pace Norman Borlaug: l’agricoltura biologica - spiega - non è sempre la scelta migliore per l’ambiente. Anzi. Il problema è che è molto meno redditizia e, quindi, richiede terreni più ampi. Se la produzione biologica dovesse soddisfare tutti, alle foreste tropicali rimarrebbe ben poco spazio. Non solo: richiede anche molta più energia. Bio non è sinonimo di ecologico, al massimo di ecologista. O di aspirante benefattore. Lo stesso che è pronto a sborsare volentieri qualche centesimo o qualche euro in più, per donare il surplus a un contadino di qualche zona sperduta del Perù o dell’Africa. Il commercio equo è cresciuto del 37% nel 2005 - spiega il settimanale britannico - e ciò che lascia perplessi non è l’intenzione, ma l’aspetto economico. I prezzi delle merci agricole sono bassi a causa della produzione troppo elevata. E il meccanismo del surplus (il sussidio destinato ai coltivatori più poveri del pianeta), anziché stimolare una diversificazione, incrementa la produzione sempre negli stessi settori, già sovraffollati. Risultato: i prezzi si riducono ulteriormente, a danno di altri produttori. E poi la garanzia imprigrisce l’ingegno: nel caso, il sussidio non incentiva a migliorare la qualità.
Gli esperti dell’Economist non risparmiano neppure l’ultimo cavallo della battaglia alimentare: il cibo «locale». Comprare nazionale non significa automaticamente ridurre i chilometri percorsi dagli alimenti (e, quindi, le emissioni di anidride carbonica per il trasporto). Due esempi: secondo un’indagine, in Gran Bretagna la metà dei viaggi legati al cibo è compiuta dai privati, che si spostano in auto fra casa e negozi. Il camion, quindi, non è l’unico colpevole. Ed è anzi da benedire, quando porta verdure fresche e non coltivate in serre costose. Caso numero due: comprare agnelli e latticini prodotti in Nuova Zelanda e poi importarli nel Regno Unito costa meno - in termini energetici - che produrre direttamente Oltremanica. E poi, produrre tutto in casa propria lascia ben poco spazio ai poveri contadini: ma, forse, chi compra locale si preoccupa poco dei Paesi in difficoltà. Quella dell’ambientalismo, in realtà, è solo una maschera: dietro, c’è il solito protezionismo vecchio stile.